Come diceva Giampiero Galeazzi

Di Marco Nocita

“Due su tre è un gioco, tre su cinque è uno sport”.

Quando Giampiero Galeazzi pronunciò questa frase durante una telecronaca del Roland Garros di tanti anni fa, io ero poco più che un ragazzino. Con gli amici ci ridevamo sopra. Ci sembrava una delle sue solite esagerazioni da telecronista. Una battuta buona per fare spettacolo.

Poi cresci.

Cominci a giocare a tennis. Cominci a perdere qualche partita tirata. Cominci a vedere il tennis da una prospettiva diversa da quella del divano.

E soprattutto cominci a guardare davvero il Roland Garros.

A quel punto capisci che Galeazzi non stava dicendo che una partita due su tre non fosse sport. Stava dicendo che il tre su cinque è un’altra cosa. È un’altra disciplina.

L’edizione 2026 del Roland Garros lo sta dimostrando in modo quasi brutale.

Perché nei tornei normali puoi vincere giocando meglio dell’avversario. A Parigi devi vincere giocando meglio dell’avversario, della fatica, del caldo, della tensione e spesso anche del tuo stesso corpo.

Vai sotto di un set? C’è tempo. Vai sotto di due? Non è ancora finita. Ti senti bene dopo due ore? Preparati, perché probabilmente ne mancano altre due.

È questo che rende gli Slam qualcosa di diverso.

Non è un caso che quest’anno a Parigi stiamo assistendo a una vera e propria rivolta degli outsider. Ai quarti di finale troviamo appena due top ten. Una rarità nell’epoca dei dominatori seriali, dei giocatori che arrivano in fondo praticamente a ogni torneo.

Nella parte alta del tabellone ci ritroviamo addirittura un derby italiano tra Berrettini e Arnaldi. Se qualcuno lo avesse pronosticato due settimane fa sarebbe stato preso per matto. Entrambi erano fuori dai primi cento all’inizio del torneo. Entrambi sono arrivati fin qui passando attraverso autentiche maratone al quinto set.

Sopravvivendo, più che vincendo.

Dall’altra parte manca invece Sinner, fermato a un passo dal traguardo da una crisi fisica. E anche questo racconta perfettamente cosa sia il tre su cinque: una formula che non guarda il ranking, non guarda il talento e non guarda i favoriti. Quando decide di presentare il conto, lo presenta a tutti.

Il tennis moderno poi ci mette del suo. Il calendario è sempre più affollato. I giocatori arrivano agli Slam dopo mesi di partite e trasferte. Il caldo estremo è diventato una variabile sempre più pesante. E al Roland Garros c’è pure la terra battuta, la superficie più lenta e più crudele di tutte. Ogni punto va conquistato. Ogni game va sudato. Un set sembra non finire mai.

I giocatori non sono più abituati allo Slow Tennis. Anni fa almeno qualche finale del circuito si giocava ancora al meglio dei cinque set. Oggi quella formula è praticamente sparita, sacrificata ai calendari e alle esigenze televisive. Così anche i campioni si ritrovano ad affrontare una distanza che ormai frequentano solo quattro volte all’anno.

E quando succede, spesso il fisico si ribella.

Nel nostro piccolo, qualcosa di simile lo abbiamo vissuto anche noi tennisti amatoriali.

Da anni il terzo set vero è stato sostituito quasi ovunque dal tie-break ai dieci punti. Una scelta comprensibile, che permette di finire prima e aiuta anche chi non ha più vent’anni.

Ma il terzo set resta il terzo set. Per fortuna nelle competizioni a squadre è sopravvissuto. È il nostro piccolo Slam.

Qualche settimana fa mi è capitato di giocare un match andato al terzo. Quasi tre ore in campo. Alla fine ho perso, ma arrivato all’ultimo game avevo la sensazione di aver svuotato completamente il serbatoio.

E lì ho avuto un pensiero. Pensa se questo match fosse al meglio dei 5 set. Se qualcuno mi avesse detto che c’era da giocare ancora, probabilmente mi sarei ritirato. O forse no.

I professionisti sono super atleti. Vivono per allenarsi, recuperare e spingere il proprio corpo oltre limiti che noi possiamo soltanto immaginare.

Eppure, nelle giornate di Parigi, li vediamo spesso seduti al cambio campo con lo sguardo perso nel vuoto. Li vediamo stirare gambe che non ne vogliono più sapere. Li vediamo combattere contro i crampi.

In quei momenti il tennis smette di essere soltanto tennis. Diventa una prova di resistenza, una prova di carattere, pura forza di volontà.

Mi viene sempre in mente Alex Zanardi e la sua famosa regola dei cinque secondi. Quando pensi di non farcela più, resisti ancora cinque secondi.

Ecco, il quinto set è esattamente questo. Un susseguirsi infinito di piccoli cinque secondi. Non vince necessariamente chi gioca meglio a tennis. Spesso vince chi riesce a resistere un po’ più a lungo.

Dalla stessa categoria