Dal 1999 a oggi, la durata media di un match del Grande Slam maschile è aumentata di oltre mezz’ora, un incremento del 23,4% che non si spiega solo con l’ascesa dei giocatori di fondo campo o con le superfici più lente: racconta una trasformazione profonda del tennis professionistico, in cui la resistenza fisica ha progressivamente […]
21 Apr 2026 10:30 - Extra
Quanto dura in media una partita di tennis: dati, variabili e record
di Redazione
Dal 1999 a oggi, la durata media di un match del Grande Slam maschile è aumentata di oltre mezz’ora, un incremento del 23,4% che non si spiega solo con l’ascesa dei giocatori di fondo campo o con le superfici più lente: racconta una trasformazione profonda del tennis professionistico, in cui la resistenza fisica ha progressivamente eroso il primato della potenza bruta. Capire quanto dura in media una partita di tennis oggi significa leggere questa evoluzione attraverso i dati, superficie e formato.
Perché nel tennis non esiste una durata fissa
Lo sa chiunque abbia mai programmato una serata davanti a una partita: i novanta minuti stimati dalla guida TV sono quasi sempre un’illusione. Il punteggio nel tennis non misura il tempo, misura la distanza da una soglia, e quella soglia può avvicinarsi in fretta o allontanarsi quasi indefinitamente. Un match al meglio dei cinque set può chiudersi in poco più di un’ora, come nella finale del Roland Garros 2008, quando Nadal annientò Federer 6-1, 6-3, 6-0 in 1 ora e 48 minuti, oppure durare giorni interi.
Quanto può durare una partita di tennis dipende quindi da variabili che si sovrappongono in modo non lineare: la superficie, il rendimento al servizio, il livello di equilibrio tra i due giocatori e, non da ultima, la capacità di gestire i momenti di pressione senza perdere tempo tra un punto e l’altro.
Quanto dura in media una partita di tennis: i dati per formato e superficie
Uno studio scientifico pubblicato sul Journal of Sports Analytics, basato su oltre 19.000 partite ATP professionistiche, ha calcolato che la durata media di un match al meglio dei tre set è di circa 98 minuti, con una mediana di 92 minuti. Per il formato al meglio dei cinque set, la media sale a 150 minuti, con una mediana di 142 minuti. Si tratta dei dati più solidi disponibili, perché costruiti su un campione ampio e non su singole partite.
Sul versante femminile, le partite di tennis negli Slam seguono un andamento diverso: secondo i dati WTA analizzati da The Athletic, la durata media in uno Slam femminile si aggira intorno a 1 ora e 40 minuti.
| Contesto | Formato | Durata media |
| Grande Slam maschile | Al meglio dei 5 set | ~150 min (mediana 142 min); fino a 5h+ nei match al quinto |
| Grande Slam femminile | Al meglio dei 3 set | ~100 min (fino a 3h+ nei match più combattuti) |
| ATP Tour (Masters 1000, 500, 250) | Al meglio dei 3 set | ~98 min (mediana 92 min) |
| WTA Tour | Al meglio dei 3 set | ~97 min |
| Doppio ATP/WTA | Al meglio dei 3 set | ~82 min |
Terra battuta, erba o cemento: la superficie che allunga (e accorcia) i match
La superficie è la variabile più determinante nel rispondere a quante ore può durare una partita di tennis su un determinato campo. Sulla terra battuta, dove la palla rimbalza alta e rallenta, gli scambi si allungano e il tempo effettivo di gioco è proporzionalmente maggiore: studi fisiologici pubblicati su riviste scientifiche internazionali hanno calcolato che su terra il gioco reale occupa tra il 20 e il 30% della durata totale dell’incontro
Sull’erba di Wimbledon, invece, il rimbalzo basso favorisce ace e prime vincenti: il tempo effettivo scende sotto il 20% e le partite si chiudono più in fretta, almeno in teoria.
Sul cemento degli US Open e degli Australian Open la situazione è intermedia, con superfici che negli ultimi decenni sono diventate progressivamente più lente, contribuendo all’allungamento generale degli incontri.
La differenza tra ATP e WTA: chi gioca più a lungo?
La risposta immediata sembrerebbe ovvia: gli uomini, che giocano al meglio dei cinque set negli Slam. Ma il confronto è più sottile di così. Nei tornei ATP fuori dagli Slam, dove il formato è identico a quello WTA, i match maschili tendono a essere più brevi di quelli femminili. Il motivo è controintuitivo: il tennis maschile professionistico si basa in larga parte sulla potenza del servizio, con ace e prime vincenti che chiudono i punti in pochi scambi. Nel tennis femminile, dove i servizi sono mediamente meno dominanti, gli scambi durano più a lungo e il ritmo della partita è più continuativo.
Il risultato è che il tempo effettivo di gioco è percentualmente più alto nel WTA rispetto all’ATP, anche quando la durata complessiva dell’incontro è simile. Questa differenza strutturale spiega anche perché le partite femminili siano spesso percepite come fisicamente più esigenti rispetto a quelle maschili al meglio dei tre set.
Quanto si gioca davvero? Il tempo effettivo in campo
Nel 2013 il Wall Street Journal ha condotto uno studio destinato a diventare un riferimento: il giornalista Stu Woo ha cronometrato manualmente il tempo di gioco effettivo di un singolare maschile agli US Open tra Mayer e Murray, durato complessivamente 2 ore e 41 minuti. Il risultato: si è giocato davvero per soli 26 minuti e 29 secondi, pari al 16,4% della durata totale. Il restante 83,6% del tempo è occupato da tutto il resto. Da cosa, esattamente? Le principali pause previste dal regolamento o di fatto tollerate includono:
- Cambio campo: fino a 90 secondi quando la somma dei game è dispari
- Pausa tra i set: fino a 120 secondi
- Tempo tra un punto e l’altro: massimo 25 secondi (regola ATP) dal momento in cui l’arbitro annuncia il punteggio
- Scelta della pallina tra quelle offerte dal raccattapalle prima del servizio
- Richiesta dell’asciugamano tra un punto e l’altro
- Medical timeout: pause per cure fisiche, oggetto di frequenti polemiche
- Interruzioni per pioggia o condizioni atmosferiche avverse
Lo shot clock e il tentativo di ridurre i tempi
È proprio per ridurre questi tempi morti che nel 2018 l’ATP ha introdotto in via ufficiale lo shot clock, un cronometro digitale visibile a bordo campo che conta i 25 secondi a disposizione del giocatore al servizio. Lo strumento era già stato testato alle Next Gen ATP Finals di Milano a partire dalla prima edizione, dove si era rivelato efficace. L’impatto sulle partite del circuito maggiore è però rimasto limitato: i dati raccolti agli US Open 2018, primo Slam ad adottarlo, hanno mostrato che lo shot clock così regolamentato incide poco sulla durata complessiva degli incontri.
Proprio per questo, nel 2024 l’ATP ha sperimentato una variante più restrittiva, con il cronometro che parte automaticamente alla fine del punto anziché dopo l’annuncio dell’arbitro, riducendo ulteriormente i margini di discrezionalità.
La questione della durata, del resto, non è solo un problema regolamentare: anche per chi segue il tennis attraverso le piattaforme di scommesse live, il tempo effettivo di gioco è una variabile operativa che incide direttamente sui mercati aperti in tempo reale. In questi contesti, la rapidità non riguarda solo l’aggiornamento delle quote, ma anche l’infrastruttura dei pagamenti digitali, un’opzione che non può più essere trascurata nel confronto tra operatori. Chi gioca live tende infatti oggi a orientarsi verso piattaforme come i casinò Revolut, dove i tempi di elaborazione delle transazioni sono compatibili con il ritmo di gioco in tempo reale.
La partita di tennis più lunga e quella più corta della storia
Per capire quanto può durare al massimo una partita di tennis, basta guardare al record assoluto: John Isner contro Nicolas Mahut, primo turno di Wimbledon 2010, 11 ore e 5 minuti complessivi spalmati su tre giorni. Il punteggio finale fu 6-4, 3-6, 6-7(7), 7-6(3), 70-68 al quinto set, un parziale che da solo durò 8 ore e 11 minuti, diventando a sua volta il game più lungo nella storia del tennis per estensione di un singolo set.
La partita di tennis più lunga mai disputata fu anche irripetibile per regolamento: dopo quell’incontro Wimbledon introdusse il tie-break al quinto set sul 12-12, e da allora nessuno Slam consente più set aperti all’infinito.
A debita distanza si colloca il secondo match più lungo, un doppio di Coppa Davis tra Repubblica Ceca e Svizzera durato 7 ore e 1 minuto al Palexpo di Ginevra.
Tra i singolari più estesi figura la semifinale di Wimbledon 2018 tra Kevin Anderson e John Isner, chiusa 26-24 al quinto in 6 ore e 36 minut.
Sul fronte opposto, la partita di tennis più corta della storia nel circuito ATP nell’Era Open appartiene al finlandese Jarkko Nieminen, che al primo turno del Miami Open 2014 liquidò l’australiano Bernard Tomic con un netto 6-0, 6-1 in 28 minuti e 20 secondi. Tomic, reduce da un intervento alle anche, conquistò appena 13 punti in tutto l’incontro. Sul fronte femminile, la finale Slam più rapida della storia è quella del Roland Garros 1988: Steffi Graf demolì Natasha Zvereva con un doppio 6-0 in circa 32 minuti, nonostante una breve interruzione per pioggia, in quello che sarebbe diventato l’anno del suo Grande Slam.
Le partite di tennis si stanno allungando: i numeri dal 1999 a oggi
I dati ATP raccolti e analizzati disegnano una tendenza inequivocabile: le partite negli Slam maschili sono aumentatoe del 23,4% tra il 1999 e i primi anni Venti, passando da una media di 2 ore e 21 minuti a circa 2 ore e 54 minuti. Il Roland Garros ha registrato l’incremento più marcato, con una crescita del 24,8% rispetto al 1999 e una media attuale di circa 2 ore e 56 minuti.
Sul circuito femminile l’aumento è stato più contenuto, intorno al 5,3%, con la media negli Slam passata da 1 ora e 35 minuti nel 2008 a circa 1 ora e 40 minuti.
Le cause di questo allungamento progressivo sono molteplici:
- Le superfici si sono uniformate: l’erba di Wimbledon e il cemento degli Australian Open e degli US Open sono diventati più lenti, riducendo l’impatto dei big server e allungando gli scambi.
- Le palline più pesanti, adottate progressivamente per contenere la potenza dei servizi, contribuiscono allo stesso effetto.
- La preparazione atletica è cambiata in profondità: i giocatori odierni sono più resistenti, più rapidi nel recupero fisico e capaci di mantenere un livello alto molto più a lungo rispetto alle generazioni precedenti.
Il risultato è una situazione in cui le partite si allungano nonostante gli strumenti regolamentari introdotti per contenerle. Se, come osserva The Athletic, le partite di calcio fossero cresciute nella stessa proporzione, oggi durerebbero 111 minuti. La domanda che l’ATP continua a porsi, senza ancora una risposta definitiva, è se partite più lunghe siano un valore da preservare o un problema da risolvere.