Chwalinska sogna: battuta Shnaider, finale al Roland Garros

Un sogno, una favola. Tutto e niente, ancora. Tante parole si possono pronunciare, ripetere, per colmare vuoti che già da soli dicono tantissimo. Perché in fondo siamo tutti quanti increduli e stupiti, ma in fondo un po’ contenti, soprattutto chi ha conosciuto Maja Chwalinska fin dai tempi del circuito juniores. La ragazza classe 2001, cresciuta fianco a fianco di Iga Swiatek e pensata come “spalla” ideale della poi-divenuta numero 1 del mondo, con un tennis tra le mani ben diverso ma assai accattivante e divertente, è appena al terzo tabellone principale di uno Slam ed è arrivata addirittura fino alla finale diventando la prima giocatrice di sempre a questo livello partendo dalle qualificazioni.

Da numero 114 del mondo, non era mai stata così vicina (e comunque abbastanza lontana) dal muro della top-100. Stava unendo i pezzi del suo puzzle, stava piano piano trovando fiducia, ma quello di adesso è un salto in avanti verso territori che le daranno forse le vertigini non appena si fermerà e realizzerà cosa è successo. Qinwen Zheng, Elise Mertens, Maria Sakkari, Diane Parry, Anna Kalinskaya e ora Diana Shnaider: le sei avversarie battute nel main draw. Era da almeno cinque anni in attesa di entrare nelle prime 100, ora sarà addirittura a ridosso delle prime 20. E Parigi, il Philippe Chatirer, l’ha adottata. La sua storia già solo così è straordinaria, ma dentro di sé Maja sa che arriva dopo tanta fatica, una dose incredibile di sacrifici e quel periodo di forte depressione di qualche anno fa di cui ancora oggi ne parla con dolore e onestà.

A inizio torneo Swiatek commentava il successo di Chwalinska contro Zheng come qualcosa di fantastico ma che dentro di sé sapeva che Maja col suo gioco poteva dare fastidio alla cinese e, chissà, andare abbastanza avanti nel torneo. Forse nemmeno lei poteva immaginarsi cosa sarebbe successo 10 giorni dopo. Un 7-6(4) 6-4 preso di forza e qualità, con giocate straordinarie e sguardo giusto, leggendo il gioco di Shnaider e vincendo due set molto tirati e ben giocati da entrambe. Soprattutto il primo, durato quasi 80 minuti. Due giocatrici che hanno cancellato immediatamente la delusione per una prima semifinale completamente priva di equilibrio e pathos, sfidandosi a tutto campo con traiettorie diverse, mancine, dove Diana aveva l’ingrato compito di rimanere calma e paziente di fronte ai tanti cambi di ritmo ma su cui sembrava prestarsi molto bene recuperando un iniziale ritardo nel punteggio e arrivando da favorita alla volata. Mancata la chance di break sul 5-5, ha avuto un vantaggio di 4-1 nel tie-break. E invece, Chwalinska è rientrata.

Il punto sul 5-4 ha forse spaccato definitivamente la situazione, lì dove la polacca ha mandato l’avversaria ben oltre la linea di fondo per colpirla con una delle tante combinazioni di smorzata e pallonetto, vincente. In generale, però, Maja leggeva anche oggi molto bene il gioco e sembrava sempre intuire dove (e come) Shnaider volesse giocare, mostrando una compostezza e una padronanza che non è assolutamente comprensibile a questo punto del torneo, lei che in carriera aveva vinto soltanto una partita in un main draw Slam (in due precedenti apparizioni) a Wimbledon nel 2022. Ha un talento enorme, però, e in questo Roland Garros sta uscendo tutto il lato positivo. Così, in vantaggio di un parziale, si è ripetuta nel secondo dove ha ottenuto il break decisivo sul 4-4 e, al servizio per il match, non ha minimamente tremato accettando l’idea di farsi attaccare per tentare il passante e metterlo sulla riga laterale, vincente.

Quando frequentava i tornei juniores veniva soprannominata una “piccola Radwanska” per qualità di tocco fuori dal comune e questa intelligenza in campo che non è così normale da vedere. Ora, alla prima vera finale nel circuito maggiore, sarà chiamata invece a qualcosa di ben più grande di ogni paragone e idea. Senza parole, come lei nelle interviste in campo ormai da tre partite, non riuscendo a dire più di brevi risposte perché completamente sotto shock, ma felice. Come tutti quelli nel suo angolo e le tantissime bandiere polacche che forse pensavano di avere in campo Swiatek, ma hanno avuto tra le mani qualcosa di ancor più grande.

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