Sinner, black out da incubo. Il Roland Garros adesso è terra di conquista

Sono passate poche ore dal clamoroso epilogo del match di Sinner e non ci si è ancora ripresi dallo choc, con domande che si affastellano per cercare di comprendere cosa diavolo sia potuto accadere intorno alle 14:10 di giovedì 28 maggio sul Philippe Chatrier. Lì, dopo un paio d’ore in totale controllo da parte dell’azzurro, la storia del torneo ha avuto una svolta improvvisa. Come ormai tutti sanno, avanti due set a zero e 5-1 nel terzo, Jannik non ha praticamente più fatto un punto fino a trovarsi sul 5 pari e 30-0 per l’avversario, Juan Manuel Cerundolo, subendo poi un parziale di 2-5 che gli è costato il set. A quel punto la partita era virtualmente finita: il numero uno del mondo serviva a tre quarti di velocità, si avventurava in serve & volley poco convinti e non riusciva più a muoversi. Si è sperato fino alla fine in una reazione, ma il miracolo non è avvenuto e il match si è chiuso con un duplice 6-1 per l’argentino che ovviamente non significa niente.

Come è stato possibile un simile crollo? Cominciamo con lo sgombrare il campo dall’assurda ipotesi del caldo. 33 gradi, tanto segnava il termometro sullo Chatrier, sono tanti ma niente di paragonabile a condizioni ben più estreme con cui i giocatori sono abituati a convivere, e non può sfuggire che ieri in campo più o meno a quell’ora c’erano altri 15 atleti e nessuno di loro ha avvertito problemi particolari. I motivi di un simile crollo verticale vanno ricercati dunque ben oltre il semplice dato climatico o il termometro anche se certamente il caldo umido di Parigi ha accelerato la crisi. Del resto è stato Sinner stesso a sgombrare il campo dall’equivoco “calore”, spiegando di non averlo patito più di tanto ma piuttosto di essersi svegliato avvertendo già uno strano malessere generalizzato, sfociato poi sul 5-1 del terzo set in giramenti di testa e violenti crampi.

Tra le tante ipotesi una forse merita attenzione: la possibilità che il corpo abbia detto basta per un improvviso esaurimento di tipo nervoso e mentale, prima ancora che muscolare. Jannik arrivava a questo Roland Garros con le scorie, fisiologiche ma pesantissime, di una campagna primaverile vissuta da dominatore assoluto, un filotto di successi consecutivi che lo ha visto spremere ogni singola goccia di energia per rimanere sul trono mondiale. Vincere senza sosta, settimana dopo settimana, impone un carico di stress psicologico devastante: l’obbligo di non poter mai abbassare la guardia, la pressione costante di essere l’uomo da battere e la straordinaria forza d’animo mentale richiesta per vincere anche durante le giornate storte, consumano le riserve interne in modo invisibile ma profondo. A un solo game dal traguardo, quando la mente ha forse intravisto la fine del match concedendosi un millesimo di secondo di rilassamento, il serbatoio nervoso si è scoperto completamente vuoto. Più che un problema di tenuta sulla lunga distanza, il blackout di Parigi assomiglia al più classico dei conti presentati dai passati successi: un conto salatissimo, pagato tutto insieme nel momento meno atteso.

Ora si apre inevitabilmente una fase di riflessione e di riprogrammazione. Per Sinner si tratta di fermarsi, ricaricare le batterie e digerire una sconfitta che fa male soprattutto per come è maturata, ma che non cancella quanto di straordinario costruito negli ultimi mesi. Il tennis però non concede soste e la stagione sull’erba è ormai alle porte: l’obiettivo, naturalmente è presentarsi al meglio a Wimbledon, dove arriva da detentore del titolo. Certo, per il tennis italiano il colpo è durissimo, ma la terra del Roland Garros ha dimostrato che la spedizione azzurra ha spalle abbastanza larghe per non crollare insieme al suo re.

Se la perdita del leader massimo brucia, il tennis italiano ha confermato di attraversare un periodo di vacche grasse. A parte la sconfitta di Darderi, che forse avrebbe fatto meglio a saltare Amburgo, la consolazione è arrivata da tre prestazioni maiuscole.

Principalmente quella di Matteo Berrettini, che finalmente in buone condizioni fisiche ha firmato una prova di forza proprio sul campo che aveva visto i dolori di Sinner, liquidando in tre set Arthur Rinderknech. Solido al servizio (85% di punti con la prima), Matteo ha confermato che quando il fisico assiste il suo tennis resta d’élite e non dovrebbe essere finita qui, perché adesso Matteo potrà “vendicare” Darderi, e magari anche Sinner visto che nei prossimi turni lo aspettano proprio Comesana e il Cerundolo minore, se sopravvive anche a Landaluce.
Accanto a lui brilla Flavio Cobolli, che con un triplo 6-4 ha eliminato il cinese Yibing Wu mostrando una tenuta mentale da veterano. Cobolli ha una straordinaria occasione per andare avanti nel torneo, speriamo non senta troppo la pressione.
Infine Matteo Arnaldi ha superato quel che resta di un tristissimo Tsitsipas, che sembra precipitato nello stesso abisso di Shapovalov. Ad attenderlo troverà Collignon, che ha non troppo sorprendentemente superato Shelton, ampliando il vuoto del quarto di tabellone presidiato da Sinner.

E a proposito di Shelton non si può non notare come questo secondo turno al bois de Boulogne abbia certificato una crisi d’identità più ampia che attraversa i piani alti del circuito. Il livello generale è apparso spezzettato e privo di picchi qualitativi eccelsi, complice una stagione logorante. Oltre a Sinner, e Shelton, erano già usciti Daniil Medvedev, sempre a disagio sulla terra, e ad Alexander Bublik, battuto da uno Struff che è durato giusto il tempo di una partita.

Anche i sopravvissuti viaggiano a marce ridotte. Novak Djokovic ha impiegato quasi quattro ore per domare il francese Valentin Royer, mostrando vistosi passaggi a vuoto e confermando l’immagine di un campione immenso ma con una carriera agli sgoccioli, costretto a gestire le energie. Difficoltà simili anche per Felix Auger-Aliassime, costretto alla rimonta contro Burruchaga dopo i 5 set contro Altmaier, e per il giovane statunitense Learner Tien, sopravvissuto a stento contro Diaz Acosta. Il tutto con lo spettro di Carlos Alcaraz, alle prese con il polso.

In questo “vuoto di potere” sembra possano infilarsi i giovanissimi. Lo spagnolo Rafael Jódar ha impressionato per lucidità tattica, superando il turno con la freddezza di chi sembra già una certezza. Riflettori puntati anche su Joao Fonseca: il diciannovenne brasiliano, reduce dalla rimonta da due set sotto contro Prizmic, è atteso oggi alla prova del nove assoluta contro Djokovic sul centrale.
Ma la storia più dirompente, che sta facendo impazzire i francesi è naturalmente quella di Moise Kouamé. A soli 17 anni, e con l’esperienza di appena due partite giocate nel tabellone principale di uno Slam, il francese ha superato il paraguaiano Vallejo al super tie-break del quinto set. Kouamé esprime un tennis elettrico, istintivo e privo di timori: non un semplice exploit estivo, ma un primo, affascinante scorcio sul domani del circuito.

Con il tabellone svuotato, il Roland Garros è quindi diventato terra di conquista. Il ruolo di uomo da battere sembra adesso quello di Alexander Zverev. Il tedesco ha potenza, esperienza e freschezza fisica per puntare al titolo, ma riuscirà a evitare le solite amnesie mentali nei momenti di massima pressione?

La risposta arriverà dai prossimi giorni di gare. In un tabellone mai così aperto, la terra rossa parigina si prepara a incoronare un nuovo re. Il Roland Garros ha perso i suoi padroni abituali, ma in cambio ha trovato una nuova, eccitante anarchia.

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