L’attesa è finita

Roger Federer torna. Un anno dopo tutto, un anno dopo la sua paura tra le paure. Un anno in cui ha pensato a come reinventarsi. È la sua ennesima sfida, probabilmente la più difficile. E non la vincerà immediatamente, come nel 2017.

“E un anno passa, un anno vola, un anno cambia faccia..” cantava Francesco De Gregori in “Stella Stellina”, 1979. Una vita fa.
Come una vita sembra passata dall’ultima apparizione di Roger Federer su un campo da tennis, invece è “soltanto” un anno. E che anno.
Un anno in cui è letteralmente cambiato il mondo, straziato e capovolto da una pandemia devastante e restia ad abbandonarci, lunga e sfiancante.


L’assenza di Roger è coincisa con l’assenza della normalità che continuiamo a rincorrere ma non riusciamo ad ottenere, con la nostalgia del passato e di una serenità che non pensavamo di avere, dandola per scontata, così come spesso si è data per scontata la longevità e la buona salute dello svizzero, che negli ultimi anni ha patito diversi acciacchi che ha saputo in parte gestire, come quest’ultimo al ginocchio destro (dopo quello sinistro del 2016); già, perché come spesso accade con Federer, la verità si scopre parecchio tempo dopo e a rivelarla è stavolta Pierre Paganini, storico preparatore atletico di Roger: “È qualche anno ormai che convive con questo problema al ginocchio, che lo gestisce e anche bene ma sapevamo sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe dovuto fermarsi. Non è comunque il problema in sé, quanto tutto quello che ha comportato un anno di stop: riabituare i muscoli, ora Roger ha di nuovo potenza ma deve acquisire ancora la polivalenza muscolare di prima, il tennis non è uno sport di forza, non va dimenticato. Ma è pronto a ripartire”.

È comprensibile l’attesa spasmodica di appassionati e tifosi, visto anche il precedente del 2017, anno nel quale tornò vincendo subito gli Australian Open, Indian Wells, Miami, Wimbledon; tuttavia le premesse sono molto diverse, sia per ammissione di Federer e del suo clan, sia per logica e raziocinio: Roger ha quattro anni in più, quasi 40, e sebbene abbia mostrato di essere un fenomeno pressoché ineguagliabile nel suo genere, ha anche -per fortuna- mostrato le sue fragilità umane e i limiti che il suo corpo da atleta tende ad avere sempre di più, come è naturale che sia.
Si riparte dunque da Doha, si continua probabilmente a Dubai: se tutto andrà bene, poi, si preparerà alla terra battuta. L’obiettivo, come sempre, è arrivare in salute e in vera forma a Wimbledon, dove tenterà l’assalto all’ennesimo Slam: perché il cannibale ha ancora fame e non si dà per vinto, nonostante i piedi per terra e la pazienza, l’accortezza, le mani avanti; Federer vuole ancora vincere, non ci sta a farsi sorpassare senza lottare, senza andare in campo. Cosa riuscirà a fare lo vedremo nei prossimi mesi, ma una cosa è certa: rivedremo la fluidità del suo gioco, la capacità di far sembrare facilissime cose difficili, tra una palla break sprecata e un po’ di ruggine da togliere. E questo, dopo un anno e tanti dubbi, dopo certezze che continuano ad essere spazzate via una dopo l’altra, è un piccolo miracolo. Un lampo di passato che diventa presente in un mondo di rinnovamento che fa fatica ad arrivare ed affermarsi, nel tennis.
“E non importa niente se capisci che non era vero, c’è sempre tempo per un’altra mano e per un sogno ancora intero”. Sì.