L'eredità di Indian Wells? Un Djokovic ancora impeccabile ed un'Azarenka di nuovo felice

TENNIS – Dal nostro inviato ad Indian Wells Diego Barbiani

Finito il secondo grande appuntamento della stagione tennistica, è tempo di tirare le somme e ripensare a cosa hanno lasciato questi dieci giorni nel caldo torrido del deserto della California.

Ad Indian Wells ha vinto, anzi stravinto, Novak Djokovic che porta così a cinque i titoli conquistati e con una sola finale persa, nel 2007, contro Rafael Nadal. Quello che però ha fatto specie, lungo il suo cammino, è che non abbia mai dovuto estrarre dal cilindro il giocatore straordinario che da fine 2015 dava parziali nettissimi anche al n.2 o 3 del mondo. Niente 6-1 o 6-2 se non contro Bjorn Fratangelo (che comunque gli aveva rubato un set) e Milos Raonic però condizionato da un problema fisico. Non avrebbe potuto fare molto di più, ma sarebbe rimasto in campo forse qualche game in più. L’unico match davvero agevole è stato contro Feliciano Lopez, avversario comunque sempre battuto se non per lo scivolone di Dubai a causa dell’infezione all’occhio. Il direttore del torneo, in una conferenza stampa pesantemente criticata per il suo attacco alla WTA, aveva rivelato che lo stesso n.1 del mondo era in dubbio fino a martedì, quando poi ha preso l’aereo da Belgrado direzione Palm Springs. Difficile pensare che ci fossero chance di forfait improvviso, più facile credere ad un giocatore che ha disputato il torneo non al 100% ed ha dato comunque tutto quanto avesse, perché altrimenti quel primo set contro Rafael Nadal non lo avrebbe vinto. Nelle fasi delicate del parziale lo spagnolo ha provato in tutti i modi a creargli problemi, guadagnandosi un set point sul 5-4 e recuperando da un doppio minibreak di ritardo nel tie-break. Quella partita è un po’ il simbolo del torneo di Djokovic: non perfetto, perchè ha commesso una trentina di non forzati, ma quando è arrivato il momento decisivo ha messo in campo tre rovesci in tre punti diversi (cosa mai avvenuta prima, anzi, andando palesemente in difficoltà con quel fondamentale) ognuno con grande profondità trovando l’errore del rivale.

Nadal che dopo tanto tempo ha fatto vedere buone cose. Non si dovrebbe esagerare con i toni di chi parla di giocatore ritrovato, perché anche lo scorso autunno qualcuno si fece impressionare da alcuni match di buon livello prima di ritrovarsi punto a capo con l’inizio del 2016. Soprattutto, bisogna considerare che questo campo lo aiuta tantissimo. E’ lento ed il rimbalzo è veramente alto, quindi può capovolgere più spesso le situazioni di difficoltà riconquistando campo dopo una serie di attacchi dell’avversario e trovare il punto. Al primo turno contro Gilles Muller ha rischiato nel terzo set, Fernando Verdasco ha commesso innumerevoli errori gravi nel tie-break che poteva riaprire tutto, contro Alexander Zverev è stato miracolato, contro Kei Nishikori ha offerto la sua prova migliore a fronte però di un giapponese troppo falloso per pensare di far partita pari. Sotto l’aspetto tecnico: il dritto viaggiava un po’ più delle ultime uscite, ma testimonia che i suoi problemi dell’ultimo periodo non siano solo fisici ma anche mentali: sentendosi a suo agio, in campo, è anche più libero da timori. Allo stesso modo, però, è lui per primo a non voler alzare toni trionfalisitici: “Ho giocato bene, ma se vorrò veramente essere competitivo dovrò continuare su questo livello per diverse settimane”. Insomma, testa bassa e lavorare. Che poi è un po’ il suo mantra di sempre.

Ha fatto piacere rivedere Juan Martin Del Potro e sentirlo parlare di volontà di rientrare a tempo pieno nel circuito. Dopo tanti anni difficili e le diverse operazioni al polso, ora si sente solo parlare di felicità di ritrovarsi attorno tanti tennisti che non lo hanno mai abbandonato, salutandolo calorosamente per essere di nuovo qui, come se fossero una famiglia. Come lui, anche Laura Robson. La britannica ha rivelato di aver fatto l’ultima infiltrazione a gennaio e di non aver più avvertito dolore al polso infortunatosi a fine 2013. Ora, come Del Potro, la volontà è quella di riprendere il cammino e rientrare il prima possibile. In bocca al lupo, ad entrambi.

Dispiace che a livello maschile, un po’ per infortuni e diverse scelte, la pattuglia italiana, di solito composta di almeno tre elementi, quest anno si sia ridotta ad uno solo: Andreas Seppi, fermatosi al secondo turno contro John isner. Fabio Fognini sarà assente anche a Miami, dove invece tornerà Simone Bolelli che ha optato per un solo 1000 sul cemento. Diverse invece le scelte di Paolo Lorenzi ma soprattutto di Marco Cecchinato che qui ad Indian Wells si è cancellato un giorno prima dell’inizio del torneo dopo essere entrato due giorni prima dopo i numerosi forfait. Diverso invece il discorso nel femminile, dove l’unica che possiamo promuovere (senza lode) è Roberta Vinci, che dopo la maratona contro Margarita Gasparyan ha poi superato facilmente Elina Svitolina ed agli ottavi ha dovuto arrendersi ad un problema al tendine accusato fin dalla prima partita. Difficile giudicare Sara Errani, perché ha beccato l’avversaria sbagliata (Lesia Tsurenko, lo scorso anno ai quarti) nella giornata peggiore di tutto il torneo con il vento che trascinava sabbia in campo e, per sua stessa ammissione, ha sbagliato a perdere la testa con l’arbitro in due occasioni. Sfortunata, invece, Camila Giorgi che è arrivata per due volte ad un punto dal battere Ana Ivanovic, la stessa serba che poi avrebbe racimolato appena due game contro il suo incubo Karolina Pliskova.

Segnali confortanti per la ceca, ex top-10 che ha perso un po’ terreno nei confronti delle migliori ma qui ha svolto un torneo super fermandosi solo contro chi avrebbe poi vinto il torneo: Victoria Azarenka. La bielorussa, partita piuttosto in sordina, ha compiuto un percorso straordinario eliminando una ad una tante buone giocatrici come Samantha Stosur (riguardate gli highlights del loro match a New York qualche anno fa…), la stessa Pliskova e poi battendo in finale Serena Williams. Azarenka che al momento, dovesse veramente tornare competitiva ad altissimi livelli, sarebbe un toccasana per tutto il movimento in cerca di una vera rivale per la statunitense e lei, avendola sconfitta in tre delle quattro finali perse (su trentadue) negli ultimi tre anni di dominio, è il profilo più indicato. Serena che, con un successo, avrebbe rimesso le mani su un titolo che non vinceva (ma le vicissitudini non sono da ritrovare nel lato sportivo) dal 2001, invece è costretta alla seconda finale persa nel 2016 dopo quella contro Angelique Kerber a Melbourne. 

Guardando ai giovani, impossibile non citare la cavalcata di Alexander Zverev, che è arrivato ad una voleè dal battere Nadal agli ottavi. Se qualcuno lo ha come amico su Facebook, avrà visto come ancora ieri stava pensando a quel match. Probabilmente non avrà dormito per svariate notti. Bravo, veramente bravo però ad imporsi nei turni precedenti contro Ivan Dodig e Gilles Simon, ma soprattutto contro Grigor Dimitrov, il giocatore che qualche anno fa era al suo posto ed era additato da tutti come uno che nel giro di breve avrebbe lottato coi migliori per titoli di alto rango, invece oggi, dopo una breve incursione in top-10 al n.8, sembra essersi arenato in una zona che potremmo chiamare ‘limbo’. Se il tedesco si farà? Bella domanda, anche se le basi sembrano esserci. Ma è lunga: nel tennis di oggi sembra sempre più complicato affermarsi ad appena diciotto anni.

 

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