Il filo sottile di Tsitsipas, finale a Gstaad tra fatica e speranza

S. Tsitsipas b. A. Shevchenko 6-4 3-6 6-3

Il successo di Stefanos Tsitsipas su Alexander Shevchenko nelle semifinali dello Swiss Open di Gstaad permette una riflessione su un giocatore che è stato una grande speranza, ha persino vinto un’edizione delle finals, quella del 2019, ha raggiunto una finale dello Slam e persa quella ha iniziato un declino che sembra non aver fine, toccando il punto più profondo al Roland Garros, come a completare un cerchio, uscendo da Parigi da numero 88 del mondo. Questa di Gstaad è stata la recita di un giocatore che abita una terra di mezzo calcistica e tennistica, sospeso tra il ricordo del proprio tennis migliore e la quotidiana, laboriosa gestione delle proprie fragilità attuali. Il greco è in finale, ma guardando la partita non si può non vedere quanto sia ancora lungo e verosimilmente non lineare il percorso per ritrovare la fluidità dei giorni migliori.

Lo stesso match contro il russo ha vissuto di strappi e di atmosfere alterne, riflettendo la complessità del momento che l’ex numero 3 del mondo sta attraversando. Ad una solidità discreta dalle parti del dritto, che disegna ancora angoli poco gestibili dagli avversari, ha fatto da contrappunto la solita incertezze tattica sul lato del rovescio che porta Tsitsipas ad arretrare la propria posizione, impostando lo scambio da una distanza enorme dalla linea di fondo. Una scelta protettiva, utile a garantirsi il tempo necessario per impattare la palla nelle migliori condizioni di equilibrio ma che inevitabilmente concede campo all’iniziativa avversaria, costringendolo a rincorse faticose.
Al centro di tutto resta quindi la gestione del rovescio a una mano. Inutile nasconderlo o enfatizzarlo eccessivamente: quel colpo, messo sotto pressione, tende a perdere profondità, diventando un bunker da difendere piuttosto che una rampa di lancio. Lo stesso Shevchenko ha cercato con insistenza quella diagonale, costringendo l’ellenico a un lavoro straordinario di posizionamento con i piedi per cercare il diritto anomalo. È uno sforzo dispendioso, che toglie lucidità e che è stata la crepa attraverso la quale si sono insediati tutti gli avversari di Stefanos.

In questo periodo buio, che non è detto certo sia alla fine, è però emersa una dote spesso sottovalutata nel greco: la capacità di accettare la sofferenza tecnica, di sporcarsi le mani, di restare testardamente a lottare quando è sembrato senza nessun’altra arma che una testarda sofferenza.

Non possiamo sapere se questo approccio possa essere la chiave per una risalita. Va però ricordato che il crollo verticale nel ranking ATP è un dato numerico che fotografa una crisi di risultati, ma non necessariamente di mezzi. La profonda crisi degli ultimi anni ha richiesto un dazio pesante in termini di punti e di certezze. Ma la settimana svizzera in fondo suggerisce che il processo di ricostruzione, pur privo di risposte immediate e spettacolari, ha fondamenta reali, anche se non è dato sapere se saranno sufficienti.

La sfida di domani contro Raphaël Colignon assume così i contorni di un esame di maturità psicologica. Se Colignon in fondo ha poco da perdere, nel suo percorso verso una posizione nobile di classifica, per Tsitsipas la posta in gioco è doppia e si muove su binari paralleli: l’esigenza materiale di punti per risalire la china della classifica – una vittoria lo proietterebbe direttamente al numero 51 del mondo, permettendogli di respirare in vista dei tabelloni estivi sul cemento – e soprattutto il bisogno intimo di ritrovare il sapore del successo.

La risalita nel tennis non è mai un ascensore rapido, ma una scala ripida in cui ogni gradino va conquistato con pazienza. Non serve un tennis perfetto per ripartire; spesso basta la capacità di stare dentro la partita, di accettare i propri limiti momentanei e di far pesare lo status nei punti che decidono un set. Gstaad non consegnerà probabilmente al circuito un Tsitsipas completamente guarito o magicamente tornato ai fasti di un tempo, ma potrebbe restituire un giocatore consapevole, pronto a rimettere i piedi vicini alla riga di fondo e a guardare al futuro con una sfumata, ma concreta, speranza di rinascita.

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