Australian Open: Rybakina da 10 e lode, ma il torneo è bocciato

Andiamo metaforicamente via da Melbourne con un doppio punto fermo ritrovato nel tennis femminile. Il primo è la campionessa dell’Australian Open Elena Rybakina, tennista che mancava al vertice del circuito WTA da circa due anni ma fin da prima del titolo a Wimbledon nel 2022 dimostrava di avere nelle corde questi generi di exploit. Il secondo è la top-3 che tra 2023 e prima parte di 2024 faceva pensare a un trono al vertice estremamente ben bilanciato tra Rybakina, Aryna Sabalenka e Iga Swiatek.

La polacca, tra le due, è quella che ha cominciato peggio la stagione tra prove poco spettacolari e qualche dubbio sulle condizioni atletiche prima ancora dei problemi (per esempio) al servizio, ma nel suo caso ci sono sei anni di carriera ad alto (altissimo, in alcuni casi) rendimento che non vanno ancora cancellati per qualche torneo non brillante. Semmai, si può dire di una scarsa chiarezza su cosa stia mancando dallo US Open, torneo in cui lei si fa male al piede ma non si sa granché della condizione e lei ha continuato a giocare, vincendo anche un titolo (il WTA 500 di Seoul) ma mostrando un’insolita altalena di rendimento.

Nel complesso, il 2026 WTA si è aperto con la solita conferma di una Aryna Sabalenka quasi imbattibile per (quasi tutte) le avversarie, ma di nuovo una sensazione che le prime rivali non siano troppo distanti. I vari sorteggi, nei tornei importanti, delineeranno molto degli scenari. E ora, andiamo con le pagelle che (come sempre) avranno dei voti basati non tanto sulla prestazione finale ma anche sulle aspettative di inizio torneo. E (come sempre) per ogni genere di critica o suggerimento rivolgetevi a @Diego_Barbiani su Twitter (non chiamatelo X, vogliatevi bene), Instagram, o dovunque vi porti il cuore.

Elena Rybakina – 10 e lode. Scontato quanto meritato. Ha trionfato con autorità e valore, passando molto sottotraccia fino ai quarti di finale anche causa un tabellone più che agevole per poi imporsi in maniera netta contro Swiatek nei quarti di finale, in una partita dove la polacca era in campo nel modo migliore fino a quel game sul 5-6 in cui ha perso il controllo e da lì la diga è crollata, facendo scorrere un fiume (kazako) in piena. Quell’incertezza avuta nel chiudere la semifinale contro Jessica Pegula sembrava poter avere qualche ripercussione in finale, invece se nel primo set è stata chirurgica, è divenuta addirittura magistrale nel terzo quando è risalita da 0-3 ritrovando il proprio miglior gioco e prendendo coraggio sul 5-4 dopo il primo dritto sbagliato. Settima vittoria in carriera contro Sabalenka, solo Swiatek ne ha ottenuta una in più. Sperando da adesso possa essere davvero figura stabile se non altro in top-5.

Aryna Sabalenka – 8. Sono tre anni e mezzo che sul cemento non ha rivali fino alla finale e anche stavolta il tabellone (per lei) era oggettivamente facile con la sola Elina Svitolina come avversario di peso. Troppo poco. Siamo sull’8.5 perché comunque esserci deve essere un pregio (le giornate storte, problemi, in questo sport ci sono sempre — guardate Swiatek dopo anni di costanza) ma anche perché stavolta ha tenuto fede alle sue parole di voler essere diversa, senza dover lottare con i propri nervi in maniera da perdere il controllo. Rispetto anche a quanto visto per esempio nel quarto turno contro Victoria Mboko (voto 7,5) ha tenuto botta, c’è stata qualche sfuriata qua e là ma in toni sembra molto contenuti rispetto agli sfoghi evitabili (per quanto guidati da una forte delusione) di altre occasioni, o al pessimo atteggiamento generale delle scorse finali Slam. Soprattutto perché per essere una tennista di quella cilindrata, sta vincendo pochissimo. Gli Slam sono quattro, con altrettante finali perse, e quel 50% di riuscita si ritrova anche nel complesso ormai delle finali giocate (22 titoli, 43 finali). Addirittura, è 1-4 contro Rybakina (e Swiatek) nelle sfide che valgono un titolo. È forse nel suo “prime” ora, anche se la carriera dei tennisti si è allungata, e siamo sempre lì: potenzialmente ha chance vere di vincere ovunque, nella realtà ha titoli solo sul cemento (e Madrid, che è su terra rossa ma molto atipico a detta di tutti) e fa specie che abbia ormai 28 anni.

Jessica Pegula, Elina Svitolina – 9. Per entrambe diamo un mezzo punto (almeno) in più, perché per entrambe questa è la prima semifinale della carriera a Melbourne Park e arriva dopo tanti tentativi falliti in età non tanto giovane: quattro per l’ucraina, tre (consecutivi) per la statunitense. Svitolina è tornata in top-10 da neo mamma (come Belinda Bencic, voto 5.5 al suo Australian Open) e si è fatta strada superando avversarie molto insidiose come Diana Shnaider, Mirra Andreeva (voto 5, a entrambe) e Coco Gauff. Si è fermata senza opporre troppa resistenza a Sabalenka, ma se già parte in difficoltà causa stili di gioco differenti, poi in questi casi entrano dinamiche extra tennis che ormai dovremmo aver capito bene. Pegula, come Rybakina, ha fatto un cammino abbastanza nell’ombra nella prima parte di torneo fino al successo anche netto contro Madison Keys, e poi uno ancor più deciso contro Amanda Anisimova. La partita contro Rybakina è parsa segnata da subito, ma ha provato a dare qualcosa a cui pensare nel finale e per poco non la mandava al set decisivo.

Iva Jovic – 9,5. Inevitabilmente, la tennista californiana di origine serba si prende un voto altissimo. Primo exploit da “adulta” (virgolette d’obbligo, essendo del dicembre 2007) ottenuto con vittorie nette, anche contro la nostra Jasmine Paolini. Ha impressionato la solidità generale, perché teneva un ritmo abbastanza alto ma sembrava completamente a suo agio, finché non ha trovato di fronte a sé Sabalenka. Quel giorno, pur cercando di non mollare il primo set, la differenza era netta. È stata brava a far durare quel parziale un’ora, ma finito quello non aveva più energie. Ci sta, è tutta esperienza.

Amanda Anisimova – 6,5. Veniva da due finali Slam consecutive, un best ranking, un tabellone di fronte a sé non impossibile per fare (almeno) un’altra semifinale e giocarsi anche qualcosa in più. Invece nel suo torneo non è rimasto quasi nulla da segnalare. Non aiuta, nella valutazione, che la parte bassa era povera come non mai di spunti veri fino agli ottavi/quarti di finale, ma lei ha avuto di fronte Simona Waltert, Katerina Siniakova, Peyton Stearns e Wang Xinyu per arrivare ai quarti. Troppo poco per arrivare anche solo al 7, soprattutto perché nel match contro Pegula è stata disarmante tanto era spenta e fallosa. Entrambe colpivano in maniera molto pulita, ma anche troppo “insipida”: Pegula vinceva i punti perché sbagliava meno, Anisimova si trascinava a fondo da sola. Ha anche avuto la chance di andare al terzo, ma dal 5-3 nel secondo è implosa e ha ceduto nettamente (1-7) il tie-break.

Iga Swiatek – 6-. Poteva esserci un 5,5 qui, ma si è dato qualcosina in più perché alla fine ha raggiunto l’obiettivo (minimo) del suo torneo, perdendo da chi di fatto sembrava destinata a perdere tanto che persino i bookmakers la davano sfavorita (ed era successo solo in altre due occasioni dal 2022). Forse, per la prima volta dal 2019, è uscita da Melbourne Park senza aver davvero lasciato un segno. Cominciato con notizie poco incoraggianti di chi era sul posto, tra allenamenti brevi e set di allenamento persi con punteggi netti (un 2-6 contro Sabalenka). Ci son stati bei momenti, set dominati, ma ancora non era la solita Swiatek: il 6-1 1-6 6-1 del terzo turno contro Anna Kalinskaya dice meglio di tutti come a tratti potesse fare bene e a tratti faticare. Contro Rybakina, nei quarti, serviva un livello generale molto alto e duraturo, forse difficile da trovare pur vincendo il primo set in cui stava investendo tanto. E ora per lei, che sembra confermata per il WTA 1000 di Doha, si apre la solita fase post-AO dove andrà alla ricerca di vere sensazioni. Da non scordare, nemmeno, che questa trasferta australiana toglieva per lei tanto a livello mentale: la United Cup era ormai un chiodo fisso per lei, che teneva tantissimo a conquistare il titolo per la Polonia (riuscendoci, tra l’altro, nell’anno in cui ha dato il contributo minore semrpe a causa di prestazioni non all’altezza, e coi misteri di fisioterapisti in campo nelle fasi conclusive), ma anche la prima chance di completare il Career Grand Slam in caso di successo, cosa che anche un’ex n.1 come Angelique Kerber descriveva come un ostacolo ben presente e importante.

Coco Gauff – 5. Qui l’insufficienza c’è, perché non si salva proprio nulla da quel match perso in quel modo contro Svitolina. Anche lei come Swiatek non ha cominciato l’anno nella maniera più convincente, ma quel giorno non è proprio mai scesa in campo con la testa, buttandosi via con una delle peggiori sconfitte in carriera, tutto documentato dalle telecamere nel dietro le quinte con lo sfogo di rabbia che l’ha portata a frantumare la racchetta.

Naomi Osaka – 4. Il voto è negativo soprattutto perché ormai ci si chiede con sempre maggior insistenza dove stia andando la sua carriera. A ottobre saranno 29 anni, la testa però sembra ancora ferma a cinque anni fa. Sembra di vedere una giocatrice che non si sia mai veramente ripresa da quel crollo avuto nel 2021, che ormai fa notizia per lo stravagante outfit con cui è entrata in campo nel suo match d’esordio ma non producendo un tennis altrettanto rilevante da dare sensazioni diverse da quelle che ormai si stanno solidificando nel giudizio su di lei. Forse il ritiro spiega buona parte dei tre set disputati contro Antonia Ruzic e Sorana Cirstea (non proprio due montagne da scalare a mani nude per lei), anche se la concomitanza di quanto avvenuto al termine del secondo turno contro la rumena, le parole dette al microfono in campo, la ricezione non troppo positiva del pubblico e le tante critiche successive, soprattutto in una persona comunque sotto la scorza ancora estremamente fragile e vulnerabile, fanno tornare alla mente l’episodio del Roland Garros 2021 e di come lasciò il torneo sentendosi distrutta psicologicamente. Ora, però, sembra emergere più l’insofferenza della giapponese, che a inizio torneo aveva detto di voler essere il più unapologetica possibile, concetto usato in diversi altri momenti della carriera (magari con altre parole) ma che alla fine ha spesso finito per ritorcersi contro.

Jasmine Paolini – 6. Il più classico del “6 politico”, in questo caso. Jasmine ha fatto quello che doveva nei primi due turni, con un esordio nemmeno commentabile (per demerito dell’avversaria) e un secondo turno vinto di rabbia contro Magdalena Frech con la giornata peggiore dal punto di vista atmosferico, partita sospesa più volte nel freddo della sera australiana, poi spostato in un campo indoor. Nel terzo turno, poi, un problema all’intestino non le ha dato modo di porre adeguata resistenza a Jovic. Era dura, perché la statunitense era brillante e molto preparata quel giorno, ma le evidenti difficoltà nel tenere il proprio servizio davano anche altri motivi di preoccupazione. Rimane una sconfitta con l’asterisco, ma l’Australian Open è rimasto stregato anche nel doppio dove con Sara Errani ha rimediato una brutta sconfitta già al secondo turno, perdendo con addirittura tre match point consecutivi a favore.

Nikola Bartunkova – 9. Mettetela come volete: qualità, tenacia, o semplicemente un voto per dirle “grazie”, perché ha saputo dare qualcosa a un torneo davvero vuoto fino alla finale. La qualificata ceca è stata quella giocatrice, l’unica, ad accendere continuamente il pubblico nella prima settimana, tanto da ritrovarsi con tutta la ANZ Arena a incitarla nella bellissima partita di secondo turno contro Bencic. Gioco offensivo, divertente, lei con un carattere per nulla pacato nell’accompagnare le sue giocate. Non tanto potente, ma con un grande timing nel braccio e, come segno caratteristico della scuola ceca, un impatto di alto livello da far scorrere la palla con enorme fluidità. Bencic ha subito una marea di lungolinea vincenti, trovandosi di fronte un’avversaria che non può rimanere fuori dalla top-100 ancora a lungo.

Australian Open (femminile) – 3. Di solito non lo facciamo, ma stavolta diamo un voto anche al torneo in sé e lo giudichiamo come peggio non si poteva. La finale ha quantomeno evitato la disgrazia di due settimane completamente vuote: due finaliste giunte senza aver perso set, quattro semifinaliste giunte senza aver perso set, la campionessa uscente usita agli ottavi senza fare quasi clamore. Sabalenka nella parte alta veleggiava senza quasi problemi. Paolini usciva di scena senza quasi lottare, Alexandra Eala non riusciva a dare soddisfazioni alla marea filippina riversatasi sul campo 6, Zeynep Sonmez lottava ma non ce la faceva a battere Putintseva, Olga Danilovic per poco non dava una vittoria Slam a Venus Williams, Mirra Andreeva e Gauff si son buttate via. Nella parte bassa fin dal sorteggio si vedevano zero partite di rilievo per le big (tutte) e l’unico tema era capire se Swiatek poteva rappresentare qualcosa o rimaneva confinata in questo ruolo di (quasi) comparsa. E ancora nei quarti, non c’è stata una partita rilevante se non quel primo set tra la polacca e la kazaka. Troppo poco, davvero troppo poco.

Dalla stessa categoria