E’ morta a 60 anni Elena Pero, la storica voce del tennis di Sky Sport, una delle figure più rilevanti del panorama giornalistico sportivo in Italia. “Ma per noi soprattutto una collega, un’amica, una persona straordinaria e indimenticabile”, ha commentato il direttore di Sky Sport, Federico Ferri.“Non ha saltato una telecronaca, neppure durante la malattia. […]
di Marco Nocita
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel tennis. E non parlo del sistema di punteggio, dei doppi falli sul match point o di quelli che chiamano fuori una palla atterrata mezzo metro dentro il campo.
Parlo del fatto che il tennis è probabilmente uno dei pochi sport in cui più ti fai male, più hai voglia di giocare. Una sorta di relazione tossica, nella quale uno dei due partner continua a prendere schiaffi e, anziché andarsene, prenota il campo per il giorno dopo. E la cosa più preoccupante è che non riguarda soltanto noi poveri dilettanti, ormai avviati verso un lento ma inesorabile disfacimento fisico. Riguarda anche i più forti giocatori del pianeta.
Prendiamo Sinner e Alcaraz. Due fenomeni. Due ragazzi nel pieno della giovinezza, seguiti da preparatori atletici, fisioterapisti, medici, nutrizionisti e probabilmente anche da qualcuno incaricato di controllare che si alzino dal letto con il piede giusto. Eppure, durante il 2026, i loro corpi hanno presentato il conto, tra problemi fisici, stop e recuperi che condizionano la stagione.
Ora, se due ragazzi del genere, preparati fisicamente come astronauti della NASA, devono fare i conti con gli infortuni, quali possibilità abbiamo noi, cinquantenni con un lavoro, una famiglia, qualche chilo di troppo e la preparazione atletica di una mozzarella?
Basta entrare in un qualsiasi circolo tennis italiano per trovare la risposta. Nel mio, per esempio, nella fascia d’età compresa tra i 45 e i 65 anni, la situazione sta assumendo contorni tragicomici. Una volta, negli spogliatoi, si parlava di racchette, corde, tornei e classifiche. Oggi sembra di entrare nella sala d’attesa di un poliambulatorio. Protesi, ernie, fratture ai piedi, fasciti plantari, talloniti, epicondiliti, artrosi, menischi degenerati, tendini infiammati. Abbiamo praticamente completato l’intero catalogo delle patologie muscolo-scheletriche.
E poi arriva il momento più temuto: la visita dall’ortopedico. Dopo aver esaminato risonanze, radiografie e cartelle cliniche, arriva la fatidica frase: «Ma perché non cambia sport? Potrebbe fare nuoto, bicicletta…»
Silenzio.
Lo guardiamo come se ci avesse appena proposto un intervento ai genitali senza anestesia. «Sì, grazie dottore, ma secondo lei tra quanto posso tornare a giocare?». Perché possiamo accettare una diagnosi, un’infiltrazione, persino un intervento chirurgico. Ma cambiare sport? Non scherziamo.
Il vero dramma del tennista dilettante è il divario tra quello che pensa di poter fare e quello che il suo corpo è disposto a concedergli. Vediamo una palla corta e partiamo convinti di poterla raggiungere. Il cervello ordina uno scatto esplosivo. Il ginocchio risponde che non è d’accordo. Il tendine d’Achille chiede un confronto sindacale. La schiena presenta un certificato medico. Ma noi partiamo lo stesso.
Perché quella palla si può prendere. O almeno si poteva prendere nel 2003.
E c’è un’altra questione, forse ancora più importante: mentre gli anni passano, continuiamo ad allenare il tennis, ma ci dimentichiamo di allenare il corpo che dovrebbe permetterci di giocarlo.
Passiamo ore a perfezionare il rovescio, a cercare il servizio perfetto, a disputare partite interminabili. Ma quanti di noi dedicano regolarmente del tempo al rinforzo muscolare? Quadricipiti, glutei, polpacci, addominali: muscoli fondamentali per sostenere articolazioni sempre più sollecitate e sempre meno giovani. La forza muscolare diminuisce con l’età, se non viene allenata. Eppure, continuiamo a pretendere dalle nostre gambe le stesse prestazioni di vent’anni fa.
La verità è che il tennis rimane uno sport meraviglioso. Forse proprio perché è così difficile, frustrante e maledettamente competitivo. Puoi giocare una partita orribile, perdere contro uno che avresti dovuto battere facilmente, uscire dal campo con il ginocchio gonfio e il gomito dolorante. E mentre torni a casa giurando che è arrivato il momento di darti una regolata, stai già pensando alla prossima partita. Forse dovremmo ascoltare un po’ di più i nostri corpi, dedicare meno tempo a inseguire classifiche e qualche ora in più a prepararci fisicamente.
Perché il problema non è smettere di giocare a tennis. È riuscire a continuare a farlo per altri vent’anni.
E mentre Sinner e Alcaraz possono contare sulle migliori équipe mediche del mondo, noi continuiamo a scambiarci numeri di fisioterapisti, consigli sulle infiltrazioni e opinioni su quale ginocchiera sia più efficace.
Con una differenza fondamentale.
Loro, quando tornano a giocare, possono vincere milioni di euro.
Noi, quando torniamo a giocare, vinciamo al massimo un tubo di palline. E spesso nemmeno quello.
Ma domani, se il ginocchio tiene, prenoto.