A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
Poche settimane fa è giunta al termine anche la 114ª edizione dell’Australian Open: Sinner, pur partendo tra i favoriti, è stato sconfitto in semifinale da Djokovic. In finale, però, il serbo si è arreso al numero uno del mondo Alcaraz, sotto gli occhi di un’altra stella spagnola, Rafa Nadal presente sugli spalti.
La vittoria di Alcaraz è l’ennesimo capitolo di una tradizione che a Melbourne si rinnova da oltre cento anni. Per capire davvero il peso di ciò che accade oggi sulla Rod Laver Arena, è necessario fare un passo indietro e ripercorrere la storia dell’Australian Open, uno dei palcoscenici più iconici del tennis mondiale.
Il grande teatro australiano
L’Australian Open nasce nel 1905 e per gran parte della sua storia si è giocato sull’erba, seguendo la tradizione dei tornei del Commonwealth. Fino al 1987 il torneo si disputava al Kooyong Lawn Tennis Club di Melbourne, su campi erbosi che favorivano un tennis rapido e serve&volley.
La svolta arriva nel 1988, quando l’Australian Open si trasferisce nell’attuale Melbourne Park: insieme al cambio di sede, avviene anche il passaggio dalla erba al cemento, inizialmente con la superficie Rebound Ace. Questa scelta segna una vera rivoluzione per il torneo, rendendolo più accessibile a stili di gioco diversi e allineandolo agli altri grandi eventi su hard court. Negli anni successivi la superficie è stata ulteriormente aggiornata (prima Plexicushion, poi GreenSet), ma il passaggio chiave resta quello del 1988, che ha trasformato l’Australian Open nel torneo moderno che conosciamo oggi.
A Melbourne si sono costruite dinastie, si sono consacrate leggende e si sono consumati passaggi di consegne che hanno segnato epoche intere. Guardare l’albo d’oro dell’Australian Open significa attraversare oltre cento anni di evoluzione tecnica e culturale, in uno dei tornei più iconici del tennis.
La leggenda di Margaret Court
Il nome femminile che riecheggia nell’olimpo dell’Australian Open è quello di Margaret Court, con undici titoli di singolare femminile: un record assoluto ancora oggi imbattuto. Tra il 1960 e il 1966 vinse sette edizioni consecutive, una striscia che nessun’altra giocatrice è mai riuscita a replicare nel torneo.
A questi trionfi aggiunse poi quelli del 1969, 1970, 1971 e 1973, completando un dominio che contribuì a costruire la reputazione internazionale del torneo. La sua grandezza si riflette anche nel dato complessivo: 24 titoli Slam in carriera, un altro primato assoluto nella storia del tennis.
La figura di Djokovic
Nonostante la forte concorrenza degli ultimi anni, in particolare di Federer e Nadal, nel singolare maschile Melbourne ha un solo re: Novak Djokovic. I numeri raccontano meglio di qualsiasi aggettivo: dieci titoli vinti all’Australian Open nel 2008, dal 2011 al 2013, nelle edizioni 2015 e 2016, dal 2019 al 2021 e nel 2023, record assoluto nell’era Open e primato anche a livello storico. Ma soprattutto, Djokovic è l’unico ad aver firmato due “tris” consecutivi, rendendo la Rod Laver Arena quasi una sua estensione naturale.
L’era Emerson
Prima di Djokovic, però, Melbourne aveva già conosciuto un altro dominatore seriale: Roy Emerson. Tra il 1961 e il 1967 vinse sei titoli, di cui cinque consecutivi dal 1963 al 1967. In un’epoca in cui il tennis non era ancora celebre come oggi, Emerson rappresentò la certezza assoluta del torneo, l’uomo da battere anno dopo anno.
La nuova era
Negli anni più recenti, l’Australian Open è diventato anche il palcoscenico del passaggio generazionale. Dopo i successi di Federer, Nadal e Djokovic, è arrivata l’epoca dei nuovi protagonisti. In questo contesto spicca il nome di Jannik Sinner, capace di vincere le edizioni 2024, 2025 presentandosi ormai stabilmente come uno dei punti di riferimento del circuito e non solo.
Questa edizione, però, è stata la conferma dello stato di grazia dell’altra stella del tennis, Carlos Alcaraz.
L’eliminazione di Sinner in semifinale contro Djokovic sembrava poter riaprire la corsa al titolo per il serbo, ma lo spagnolo, dopo aver perso il primo set, ha ribaltato la finale imponendosi in quattro set (2–6, 6–2, 6–3, 7–5) e consolidandosi come numero 1 del ranking ATP.
Sinner e Alcaraz sono ancora una volta davanti a tutti, come suggeriscono anche le quote tennis dei principali siti sportivi, in vista del prossimo Slam: il Roland Garros.