A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
Il solo momento in cui si è creduto che Carlos Alcaraz potesse non completare il career grand slam e vincere il suo primo Australian Open è arrivato quasi per caso, come un inciampo inatteso dentro un torneo che aveva assunto fin dall’inizio i contorni di una marcia trionfale. Era il decimo game del terzo set della semifinale contro Alexander Zverev: lo spagnolo ha provato un allungo sul recupero del tedesco e, rialzandosi, ha cominciato a toccarsi la gamba destra. Un gesto istintivo, minimo, ma sufficiente a far passare un brivido sugli spalti e davanti agli schermi.
Fino a quel momento la partita era scivolata via fin troppo liscia. Alcaraz aveva vinto il primo set con autorità e nel secondo aveva illuso Zverev nel modo più crudele possibile: brekkandolo proprio quando il tedesco serviva per il set e dominando il tiebreak con un misto di potenza e leggerezza quasi irridente. I crampi, improvvisi e persistenti, hanno reso il match più equilibrato e, per qualche ora, il torneo più interessante. Ma persino quando Zverev è arrivato a servire per il match, in pochi avrebbero davvero scommesso su un epilogo diverso. Prima e dopo quell’incidente fisico, Alcaraz ha dominato l’Australian Open 2026 come forse un solo altro giocatore, in epoche recenti, era riuscito a fare.
Anche il primo set perso in finale contro Djokovic – un 2-6 netto, quasi violento – è parso talmente estemporaneo da non suscitare alcuna reale preoccupazione tra i tifosi dello spagnolo. È stato più un colpo d’orgoglio dell’ultimo grande maestro che l’inizio di una battaglia vera. Alcaraz ha rimesso le cose a posto con metodo, pazienza e una solidità che in passato non sempre gli era appartenuta, conquistando il suo settimo titolo Slam senza mai dare l’impressione di dover forzare particolarmente.
Tutto troppo noioso? Macché. Che lo spirito del gioco si fosse trasferito nello spagnolo non c’erano dubbi sin dalla vittoria contro Tsitsipas nello US open del 2021, quando a 18 appena compiuti raggiunse i quarti di finale mostrando al mondo una versione del tennis che sembrava arrivare dal futuro. Chiuse quell’anno da numero 32 del ranking, ma meno di dodici mesi dopo diventò il più giovane numero uno della storia, sconfiggendo Casper Ruud nella finale di New York. Sono passati poco più di tre anni e Alcaraz ha già costruito una carriera che molti campioni non riescono a mettere insieme in una vita intera.
Eppure, nonostante i successi, la narrazione che lo accompagna è rimasta ambivalente. In tanti – praticamente tutti – hanno sottolineato come Carlitos conceda ancora molto agli avversari, soprattutto in termini di concentrazione. È una critica fondata: troppo spesso è sembrato che Alcaraz perdesse più per sé stesso che per meriti altrui. I “passaggi a vuoto” sono stati il suo unico vero avversario: a New York nel 2024, in Australia l’anno scorso e, in misura minore – in misura minore, quasi a mostrare come le dimensioni di questo problema si vadano via via assottigliando – a Bercy contro Norrie, unico torneo degli ultimi dieci mesi in cui non ha raggiunto la finale.
Tecnicamente, il discorso è semplice e insieme disarmante. Lo si dice sin dai suoi primi trionfi: Alcaraz sembra incarnare il meglio dei Big Three senza ereditarne i limiti. Può remare da fondo campo come Djokovic e Nadal, può ricamare come Federer, colpisce di dritto e rovescio trovando angoli impossibili, gioca in controtempo con naturalezza, ha volée precisissime e drop shot tanto belli quanto letali. Cercare un suo punto debole equivale a cercare un’imperfezione in un diamante purissimo, rimane giusto la possibilità di discutere sulla selezione del colpo, mai sulla sua esecuzione.
Ecco, è sul piano tattico, semmai, che Alcaraz è apparso a lungo lontano dalla perfezione che il suo tennis promette. Ma è anche l’aspetto in cui il tempo gioca maggiormente a suo favore. Senza scomodare Nadal, vero maestro dell’adattamento, basta guardare Djokovic: il campione di oggi è un parente lontano, per intelligenza tattica, del dominatore assoluto dei suoi anni migliori. E persino Federer, che sembrava infastidito dall’idea stessa di dover “pensare” il tennis, ha trovato col tempo una disciplina nuova.
Il rischio, dunque, è quello di trovarci di fronte a una tirannia. Non quella robotica di Djokovic, che soffocava gli avversari togliendo loro l’aria, né quella tribale di Nadal, che trascinava tutti in una lotta nel fango fino allo sfinimento. La tirannia di Alcaraz, se davvero si compirà, sarà diversa: fondata sulla varietà assoluta. Una varietà così vasta da aver rischiato, in passato, di distrarre lui stetto, come accadeva al Federer pre-Wimbledon 2003. Quando hai a disposizione così tante armi il rischio è volerle usare tutte nello stesso scambio.
La differenza, però, è che mentre Nadal fece scoprire a Federer un limite strutturale nel rovescio, Alcaraz ha già vinto sette Slam prima ancora di mettere a posto tutti i pezzi. Non è impossibile che con questa vittoria di Melbourne, arrivata dopo un torneo tutt’altro che entusiasmante e con Carlos che è apparso abbastanza al di sotto di quello ammirato a New York cinque mesi fa, abbiamo assistito alla definitiva potatura di questo rigoglio disordinato. La ricerca della perfezione, che a volte ha tradito lo spagnolo, forse da oggi in poi non passerà più dall’invenzione, o almeno non solo da quella.
Se prima si poteva attendere il “passaggio a vuoto”, dalla semifinale contro Zverev questo sembra più improbabile. Quando le gambe hanno ceduto, Alcaraz ha rinunciato ai funambolismi e ha scelto la sostanza: una pesantezza di palla che ricordava il miglior Nadal sulla terra, unita alla rapidità d’esecuzione del Federer maturo. E questa maturità mostrata in semifinale, la sicurezza con cui dopo il 2-6 de primo set della finale, e in una giornata che era lontana dall’essere eccezionale, Alcaraz ha finito col dominare Djokovic suggerisce che lo spagnolo ha imparato a governare anche i propri demoni ed è pronto per trasformarsi in un tiranno.
Il dominio di Alcaraz si nutre di questa ambivalenza: è un ragazzino che si diverte a fare le palle corte nei momenti di massima tensione, ma è anche un killer spietato che non ti permette di respirare quando sente l’odore del sangue. La sua capacità di “leggere” il momento del match è migliorata drasticamente. Se prima era un fiume in piena che rischiava di esondare a ogni curva, ora sembra un invaso controllato che rilascia la sua energia solo quando serve. Questo lo rende immensamente più pericoloso. La tirannia che si profila all’orizzonte non è basata sulla monotonia, ma sull’imprevedibilità assoluta. Non è possibile sapere se si verrà travolti da un dritto a 160 km/h o se beffati da un tocco vellutato che muore a pochi centimetri dalla rete.
Dietro di lui, il vuoto o quasi. Sinner è lì, lo osserva, lo sfida, lo batte anche a volte. Ma Jannik gioca un tennis umano, portato ai limiti dell’eccellenza. La differenza tra i due non sta nella potenza, ma nella libertà. Sinner è libero dentro i suoi schemi perfetti; Alcaraz è libero dagli schemi stessi. Sinner resta l’unico in grado di contrastarlo ma rimane sensazione che l’altoatesino debba sempre giocare al 110% per contenere un Alcaraz al 90%. Jannik è l’antagonista necessario, l’uomo che costringe il tiranno a non abbassare la guardia. Ma mentre Sinner costruisce le sue vittorie come un artigiano che lima ogni singolo dettaglio, Alcaraz sembra possedere la pietra filosofale. Questa libertà è ciò che deve preoccupare. Come si batte un giocatore che non ha un piano predefinito perché il suo piano è semplicemente reagire a ciò che accade con la migliore soluzione possibile tra le mille che ha in faretra?
La sua vittoria a Melbourne, pur non essendo esteticamente la più bella della sua carriera, è stata la più significativa perché ottenuta “di nervi”. Ha vinto quando il corpo gli chiedeva di smettere, ha vinto quando un Djokovic ancora ferocissimo gli ha strappato il primo set della finale con una lezione di tennis antico. Nole ha provato a usare la sua saggezza tattica per imbrigliare il giovane tiranno e per un set, il primo, ci è riuscito. Ha tolto ritmo, ha giocato corto, ha obbligato Alcaraz a riflettere. Ma la riflessione per Carlos è durata poco. Una volta comprese le coordinate del gioco altrui, lo spagnolo ha semplicemente alzato il volume della propria musica mentre l’altro non la reggeva.
I sette titoli dello Slam a soli 22 anni mettono i brividi. A questa età, Federer non aveva ancora vinto il suo secondo Wimbledon e Djokovic lottava per trovare una dimensione atletica accettabile. Alcaraz non è ancora un prodotto finito eppure ha già completato il puzzle della storia del tennis. Il Career Grand Slam ottenuto a Melbourne più che un traguardo sembra l’avviso di un’autorità che non accetta repliche.
Ad ogni modo, come detto, difficilmente ci annoieremo. In fondo con Alcaraz il tennis torna a essere un’avventura, anche se pare avere un finale già scritto. Il Career Grand Slam a 22 anni è un’anomalia statistica che dovrebbe far riflettere sulla portata storica di questo ragazzo. Ha vinto su ogni superficie, contro ogni tipo di avversario, in ogni condizione climatica e psicologica. Ha vinto da favorito e ha vinto da ferito. Ha vinto dominando e ha vinto soffrendo. Cosa resta da conquistare quando a 22 anni hai già completato tutto?
Se il tennis di Alcaraz è una forza della natura, un evento atmosferico contro cui non si può fare altro che cercare riparo e sperare che passi in fretta la sensazione è che la tempesta sia appena iniziata e il cielo resterà di questo blu murciano ancora per molto tempo.