A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
[1] C. Alcaraz b. A. Fils 6-2 6-1
Quello che Carlos Alcaraz ha messo in scena contro il povero Arthur Fils non è stato un match di tennis, ma una brutale esecuzione tecnica durata appena cinquanta minuti. Il tempo di prendere posto, scambiare due chiacchiere col vicino di posto e il murciano aveva già alzato le braccia al cielo, lasciando l’avversario e il pubblico in uno stato di shock ipnotico.
Con questo secondo titolo stagionale, il tassametro dei trofei segna quota ventisette. Ripetiamolo con calma: ventisette titoli prima ancora di spegnere ventitré candeline. Solo Nadal aveva fatto meglio alla sua età – Rafa aveva uno slam in meno – sono numeri che fanno sembrare la bacheca di molti veterani una collezione di figurine sbiadite. Alcaraz d’altra parte sembra che più che giocare contro i contemporanei stia cominciando a correre una maratona solitaria contro i fantasmi di Federer, Nadal e Djokovic, superando i loro passaggi intermedi con una facilità che quasi spaventa.
Mentre il circuito prova a riorganizzarsi, cercando una contromisura a quel dritto che viaggia alla velocità del suono e a quelle palle corte che sembrano carezze proibite, lui sorride. È un cannibale col volto da bravo ragazzo, uno che ti stringe la mano a rete dopo averti tolto l’ossigeno per meno di un’ora. Fils, uno dei rappresentanti della “nouvelle vague”, è apparso come un dilettante allo sbaraglio travolto da una piena improvvisa. E prima di lui Khachanov gli aveva chiesto quando mai si sarebbe stancato e gli altri a dire “prima o poi me ne farai vincere una?”.
Il confronto in questo momento non è con gli avversari che incontra con la Storia del tennis, che si scrive nei libri e si tramanda per decenni. Chi lo fermerà? Jannik Sinner resta l’unico baluardo, l’unica variabile capace di mandare in crash il sistema perfetto del ragazzo di El Palmar. Ma oggi, dopo una dimostrazione di forza così straripante, persino i più ottimisti devono porsi una domanda: stiamo assistendo alla nascita dell’atleta perfetto?
Il tennis è cambiato. È diventato uno sport di strappi, di potenza pura mischiata a un’agilità da centometrista. Alcaraz incarna questa mutazione genetica, divorando ogni centimetro di campo e ogni speranza altrui. Ventisette perle in carriera e un desiderio di vittoria che sembra non conoscere sazietà. Il mondo guarda e applaude, mentre gli avversari, impotenti, si chiedono se ci sia ancora spazio per loro sotto questo sole spagnolo che brucia tutto quello che tocca.