Da Federer alle Williams, non dimenticheremo l’Australian Open

Ci siamo lasciati alle spalle i primi veri 15 giorni di grande tennis ed è ora di fare il punto della situazione su quanto successo in queste prime settimane della stagione e soprattutto dopo questi straordinari Australian Open 2009. Ops, come, non siamo nel 2009? Pardon… Beh, d’altra parte non è proprio finita alla stessa maniera…
Se i tornei pre-Australian Open ci avevano dato, insieme a qualche illusione, alcune indicazioni giuste ma da prendere con le molle, proprio nessuno, nemmeno Nostradamus in persona, si sarebbe potuto immaginare uno slam così.
Partiamo dalla conferma di Dimitrov. Sì, Dimitrov, finalmente sinceramente dimitrovamente Dimitrov. Tutti dopo il successo a Brisbane avevano subito nominato la legge Tommasi e invece quasi quasi il bulgaro agguanta la prima finale slam. Speriamo solo che sia un punto di partenza e che il buon Grigor non faccia come i gambero per la seconda volta.
Conferma anche che Wawrinka può diventare Stanimal da un momento all’altro in uno slam, ma avere pietà se di là dalla rete c’è il suo amicone di Basilea.
Ci eravamo invece illusi (e scorati) che Doha avesse fatto da preambolo al dominio del nuovo bipolio scozzese-serbo e a un pronto ritorno in auge di Djokovic, ferito dal sorpasso di Murray in testa alla classifica. E invece entrambi i due iperfavoriti della vigilia sono andati a gambe all’aria nella maniera più inaspettata e irriconoscibile possibile.
In più ci siamo ritrovati a Melbourne con una finale femminile tra le sorellone Williams, roba da chiedersi se più che il 2009 non ci avessero riportati indietro addirittura al 2002-2003, quando le due si affrontavano in ogni finale slam possibile.
Cosa è successo?
Al di là dei risultati dei singoli si potrebbe parlare all’infinito di questioni astrali, di mancanza di fame o cattive condizioni fisiche di alcuni/e attori e attrici, di tabelloni più o meno insidiosi, di mancanza di benzina, una grande inondazione, le cavallette e via dicendo. Invece risuona assordante come un ritornello estivo, adesso, a posteriori, una semplice frase detta da Roger Federer, uno che di campi in 19 anni ne ha visti di tutti i colori, dopo il primo incontro di tabellone: “le condizioni sono molto veloci…”
Davvero? Ebbene sì, davvero, per la gioia di chi le ha invocate per 10 anni. Così capita che le teste di serie del femminile cadano come mosche, che i primi due del maschile arrivino (uno) a malapena agli ottavi senza capire un fico secco di quanto poi in quella partita gli stia succedendo, che in semifinale nel femminile arrivino due non teste di serie, che ci sia spazio per le favole e che tutti ricomincino a credere agli eroi di bei tempi andati. Capita che la Lucic-Baroni riesca a buttarsi alle spalle tanti anni di burrascosa vita e vivere la sua avventura fino a una semifinale che la riporta indietro di 18 anni. E che Coco Vandeweghe arrivi allo stesso traguardo e non nascondere di aver perfino voluto di più.
Capita, in soldoni, che con una svolta totalmente inaspettata gli Australian Open abbiano girato le spalle ad anni di omologazioni e guardato (chissà) in avanti, sperando di portare qualcosa di nuovo, loro che ogni anno tentano di rinnovare un giocattolo sempre perfetto (a detta di tutti), in un tennis che, diciamolo, ormai ci sembrava fatto con quasi con il ciclostile.
Capita soprattutto che, dopo giornate intere a guardare i cammini sulla carta ridicoli di Murray e Nole, come catapultati da una macchina del tempo ci si ritrovi davanti a sensazioni che avevamo dimenticato, sepolto o semplicemente messo da parte nella speranza chi di ritrovarle e chi di viverle in modo diverso. Come rapiti da una DeLorean impazzita ci siamo risvegliati di nuovo tutti in quel Gennaio del 2009, quando il mondo girava intorno a Nadal e a Federer, quando il tennis era solo Svizzera contro Spagna, quando ci si rispondeva solo a suon di “Vamos!” e “Chum itze!” e quando ogni partita non era solo una battaglia di dritti e rovesci, ma un turbine di emozioni spesso ben più forti dei colpi stessi che venivano messi in scena. Siamo tornati ai tempi in cui la partita la si viveva prima ancora che fosse giocata, come se fosse il meglio del meglio, l’apoteosi estrema dell’essenza dello sport stesso o che da essa dipendesse la nostra intera stabilità psico-sociale, e chissenefrega se quello che poi veniva fuori non aveva riflettuto le nostre speranze (come peraltro era spesso successo).
Questi Australian Open ci hanno ridato forse quel tennis d’attacco e varietà che non vedevamo da anni, tanto da farci pensare che non sia un caso che in fondo siano arrivati (beghe familiari o meno e senza nulla togliere all’altro fenomeno Nole) i 4 veri ed eterni fenomeni della storia degli ultimi 15 anni, quelli che forse ancora si “ricordavano” del tennis che fu. E ora questo primo slam ci sta facendo dire “Vi prego, ancora!” come dei bambini di fronte al tiramisù della domenica. Ci hanno regalato il quinto set che la finale del 2009 tra Roger e Rafa non ci aveva dato. E probabilmente ci hanno fatto realizzare quanto questi anni di superfici collose e palle mediche ci abbiano tolto in varietà e spettacolo, negando forse persino a Nadal la possibilità di dimostrare di saper esprimere un tennis aggressivo del quale è eventualmente capace, lui che probabilmente in questo slam ha fatto più vincenti che in tutti gli ultimi 4 giocati.

Queste ultime due settimane di ritorno al passato non ci hanno ridato solo un Federer che da outsider ritorna per una serata il Re di una volta; e probabilmente non cambieranno gran che della sua rivalità con Rafa. Ma ci hanno ributtato in delle emozioni che, francamente, credevamo di avere perduto, facendoci realizzare che in fondo, in questi Australian Open, siamo noi tutti ad avere vinto qualcosa.