Insieme a te non Djoko più, guardo le nuvole lassù…scherzi a parte il veterano Djokovic a Miami ha giocato e lottato regalandosi una finale agrodolce, come lui stesso l’ha definita in conferenza stampa, dando vita a una delle migliori prestazioni degli ultimi tempi. Alla fine, sembrava infatti solo lui destinato a mettere a segno il […]
Smaltita la soddisfazione per aver avuto – di nuovo, dopo il 2022 – due italiani ai quarti di finale ci si può approcciare ad un tentativo di analisi un po’ meno approssimativa di quelle che inevitabilmente viene svolta durante gli eventi. Ci sembra giusto lodare il decimo quarto di finale slam di Sinner per esempio – l’italiano è 4-5 nei precedenti ma aveva perso i primi 4 – e naturalmente il bel risultato di Sonego, per la prima volta tra i primi 8 di un grande torneo. Fatto questo però, non è male ricordare che Sonego ha battuto il numero 59, il 112, il 121 e il 156. Certo, la classifica non dice tutto, il numero 121 e soprattutto il numero 112 non resteranno a lungo in questa posizione e sicuramente saranno dei grandissimi protagonisti ma intanto questo sono: già capaci di grandissimi exploit ma non certo pronti a ripetersi a distanza di pochi giorni. Tien per esempio era prima passato attraverso le qualificazioni e poi aveva giocato altre 12 ore nei primi tre turni. Insomma bravissimo Lorenzo, ma auguriamogli che queste circostanze possano ripetersi.
Diverso il discorso per Sinner, che pare visitato da non si capisce bene che turbamenti. Anche oggi, contro un Rune decisamente involuto, il numero 1 del mondo ha dovuto ricorrere alle cure del medico, e in generale lascia una strana sensazione di incompiutezza. Ma anche in questo caso il tabellone sta dando una mano. Dopo il primo turno complicato Sinner ha trovato due avversari abbastanza docili e oggi questo Rune difficile da inquadrare, anche perché arrivato al match dopo 14 set giocati, col dispendio di forze fisiche e mentali che si può immaginare.
Ad ogni modo ci sono pochi dubbi il tabellone sia sbilanciato verso la parte bassa e non è certo Shelton che può bilanciarlo, perché il giovane statunitense continua a non convincere, tanto da autorizzare persino qualche speranza per il match contro Sonego. Ci sarebbe de Minaur ma i precedenti con Sinner sono impietosi e non è il pubblico di casa che può ribaltarli, probabilmente Sinner lo disturbano di più i propri acciacchi.
Insomma prima della finale meglio guardare dall’altra parte dove ci sarà il famigerato “match che tutti aspettavano dal momento dell’estrazione del tabellone”, cioè la nuova edizione di Alcaraz-Djokovic. L’anno scorso i due si sono incrociati due volte in due occasioni abbastanza importanti, la finale di Wimbledon e quella delle olimpiadi. La prima volta – sull’erba – Alcaraz ha fatto fare la figura dell’anziano ex giocatore al serbo ma la seconda – sulla terra rossa – il vecchietto si è preso la sua rivincita in un match però molto equilibrato. Adesso si gioca sul cemento e sono passati altri sei mesi, qualsiasi risultato diverso dalla vittoria di Alcaraz è da considerarsi una sorpresa, anche guardando come i due sono arrivati al confronto diretto. Alcaraz ha perso un solo set al tiebreak e sembra in forma straripante; Djoovic è salito di rendimento contro i due cechi ma nei primi due turni contro avversari non troppo competitivi ha ceduto un paio di set. Curiosamente i due hanno un solo precedente sul cemento outdoor, la splendida finale di Cincinnati del 2023 vinta dal serbo (uno è su quello indoor di Torino e anche in quel caso vinse il serbo). Se, di nuovo, andiamo al di là dei risultati però troviamo andamenti delle partite abbastanza sconcertanti. A Cincinnati per più di un’ora Djokovic non vide palla, andò sotto di un set e 2-4 prima di trovare il modo di effettuare una favolosa rimonta, non senza colpa da parte di Alcaraz; l’altra vittoria di Djokovic fu quella semifinale del Roland Garros, con i famosi “crampi emotivi” che bloccarono il ragazzino di fronte al grande campione. Morale? Se le cose vanno normalmente Alcaraz potrebbe persino non faticare troppo per avere ragione del dieci (!) volte campione degli Australian Open; se si complica chissà, magari quel diavolo serbo ci sorprende una volta di più.
L’ultimo quarto di finale è quello più normale, diciamo così. Un buon giocatore che non ha trovato momenti complicati sul cammino contro uno che è più forte di lui e che è alla ricerca del suo primo slam per certificarne il passaggio alla schiera dei campioni. In teoria il favoritissimo è Zverev, eppure i due precedenti, lontani, li ha vinti Paul, ed entrambi sulla stessa superficie di domani. Però mai come questa volta rischiano di contare poco, dall’ultima volta sono passati tre anni e i percorsi dei due mostrano chiaramente chi è il più forte.
In tutto questo varrà la pena ricordare che il tennis ha completato il ricambio al vertice ma non ha finito la sua fase di transizione. Tra gli ultimi 8, fatti salvo i primi tre – e a volte non tutti insieme – non ci arrivano praticamente mai gli stessi e questo rende molto aleatorio il risultato finale del torneo. L’anno scorso in Australia c’erano solo Sinner, Alcaraz, Zverev e Djokovic (appunto) ma a New York tra gli ultimi 8 c’erano solo Sinner e Zverev, a Parigi sempre Sinner, Alcaraz, Zverev e Djokovic. Curiosamente a Wimbledon erano in cinque, ai soliti tre (Alcaraz, Sinner e Djokovic) però non si aggiungeva Zverev ma Paul e de Minaur.
Insomma discorso lungo e noioso per dire che se la stabilizzazione è arrivata ai vertici è ancora tutta da vedere per le seconde linee, così intercambiali da rendere i percorsi più o meno semplici a seconda del lato del tabellone in cui si capita. Meglio quindi non dare troppo peso agli exploit, rallegrarsene se è il caso, ci mancherebbe, ma non deprimersi se i risultati tardano ad arrivare (se avete pensato a Musetti fatti vostri). Ma in fondo, è sempre andata così.