US Open: Alcaraz si prende tutto, comincia il regno di Re Carlitos

[3] C. Alcaraz b. [5] C. Ruud 6-4 2-6 7-6(1) 6-3

Nessuno credeva seriamente che le tre partite chiuse al quinto set e le quasi 14 ore passate in campo negli ultimi tre turni dessero un particolare vantaggio a Casper Ruud, onesto manovale della racchetta, abile a incunearsi nella classica fase di passaggio per raggiungere risultati che pochi anni fa non avrebbe nemmeno osato sperare. E invece Alcaaz, dopo un primo set con sprazzi di buon livello, è a poco poco calato, perdendo intensità e sentendo tutta la stanchezza delle giornate precedenti, anche, forse soprattutto, a livello mentale. Il norvegese invece, dopo un torneo costellato da avversari certamente buoni ma insomma, al cospetto di un fuoriclasse, ha provato a fare qualcosa in più del solito, spesso riuscendoci, ma crollando nel modo più inaspettato, nel tiebreak di un terzo set che sembrava sostanzialmente vinto. Carlitos Alcaraz è così riuscito a vincere il suo primo Slam e a fivenare il più giovane numero 1 al mondo, e la sensaizione è che si trovi nelle condizioni in cui si trovava Federer dopo aver vinto l’Ausralian Open del 2004: un grande numero 1 senza un vero numero 2 alle spalle. A differenza dello svizzero, qualche avversario ci sarebbe pure, visto che Djokovic si è impelagato in altre faccende, ma soprattutto Akcaraz riapre partite che andrebbero chiuse finendo per arrivare troppo spesso vicino alla sconfitta, anche se l’impressione è che queste “scorie” possano andare via col tempo. La lezione di oggi, quando a lungo è stato in balìa di un buon Ruud, potrà servirgli e difficilmente in futuro resterà così a lungo in campo, altro motivo di preoccupazione per i potenziali avversari. La realtà di oggi è che Alcaraz vince anche giocando a strappi, con lunghe pause in cui sembra indispettito dal fatto che la palla torni dalla sua parte, e che il distacco dagli avversari, in prospettiva, sembra tecnicamente molto ampio. Alcaraz infatti non ha solo i fondamentali devastanti da fondo campo, o un servizio che è ottimo, anche se non certo quello di Kyrgios, ma ha pure la manina delicata, si muove con un’agilità raramente vista su un campo da tennis ed è in grado di produrre variazioni con un certo successo. Quando imparerà a gestirle nel corso del match, uscendo dal luogo comune dell’esuberanza giovanile, come ampiamente detto il rischio è rivedere, si parla di risultati, il Federer del triennio magico o il Djokovic del 2011. Se poi vince partite come queste, quando era in evidente calo di esplosività, il suo futuro sarà anche roseo, quello di noi guardoni in grave pericolo.

Ad ogni modo anche nella finale di oggi si è visto quanto Alcaraz debba ancora migliorare nella gestione del match. Dopo un primo set vinto grazie ad un clamoroso “strappo” dal secondo al quaryo game, quando semplimente è stato come se staccasse di metri l’avversario in un immagiifico rettilinio, Alcaraz si è prima lasciato adormentare dalla relativa semplicità del matche poi, quando Ruud ha prodotto il massimo sforzo, si è fatto trovare scarico di energie. Chiuso il primo set senza mai correrei rischi, Alcaraz ha avuto la palla per andare avanti di un break anche nel secondo, ma fallita quella si è abbastanza inaspettatamente incartato. Ruud ne ha approfittato correndo anche rischi notevoli di finire fuori giri, ma l’improvviso calo di tensione agonistica e nervosa dello spagnolo gli ha permesso di chiudere il set e di portarsi in parità addirittura con un doppio break.
Ruud ha pagato immediatamente lo sforzo prodotto precipitando sullo 0-40 nel game di apertura sbagliando due rovesci incrociati abbastanza semplici. Il norvegese è riuscito ad annullare le prime due palle break ma nella terza un dropshot di Alcaraz ha permesso al ragazzo spagnolo di riportarsi avanti. Alcaraz aveva anche la possibilità di andare avanti 3-0 ma non solo Ruud con un buon servizio rimetteva le cose a posto, ma nel game successivo riusciva persino a recuperare. Alcaraz attraversava il momento peggiore del match, non riuscendo mai ad impensierire Ruud in risposta, soffrendo nella diagonale destra, parte dalla quale Ruud sembrava ingiocabile, e finendo per concdere due palle per chiudere il set all’avversario. Alcaraz annullava la prima con uno splendido S&V, e nella seconda, che Ruud si procurava con un’ennesima risposta di dritto, ripeteva lo schema, chiuso stavolta da uno smash. Il tiebreak aveva un esito sorprendente, non tanto perché Alcaraz ne aveva perso 4 su 4 quanto perché Ruud, dopo l’ace iniziale, non metteva più una palla in campo, nonostate Alcaraz non facesse niente di che. Il disastro del norvegese non poteva che rianimare lo spagnolo, che cominciava con un altro piglio il quarto set. Come spesso avviene, Ruud perdeva fiducia e gli spaventosi dritti che finivano sull’esterno della riga adesso si allungavano quel tanto di più per fare scappare Alcaraz nel sesto game.

Va certamente dato atto a Ruud di essere migliorato notevolmente rispetto al giocatore che solo un paio d’anni fa perdeva con Gerasimov all’Australian Open e non racimolava più di una decina di game con Berrettini proprio allo US Open. Oggi ha preparato la partita come meglio non poteva, avventurandosi anche in territori non troppo conosciuti, come mostrano dropshot e lob effettuati durante il match. Ma il norvegese non è certo diventato improvvisamente Wilander e suggeriamo, anche ai troppo entusiasti commentatori italiani di dare un’occhiata più attenta ai confronti con i top10, perché negli slam è relativamente facile andare avanti se si trova il buco giusto in tabellone, altra storia in tabelloni più serrati, come i Masters 1000. Ruud ha avuto un buon tabellone e alla fine ha perso contro uno più forte di lui. Gli altri si erano eliminati da soli, e trovare Khachanov in semifinale non è detto che gli capiti di nuovo.