Djokovic, se la fine è solo un nuovo inizio

È proprio vero che ogni giorno siamo destinati a risorgere dalle ceneri delle avversità come l’Araba Fenice.  “Nella mia fine è il mio principio” non è solo il motto dell’infelice regina Maria Stuarda ma il titolo di uno degli scritti più originali di Agatha Christie: un romanzo atipico per la regina del brivido, privo di una vera e propria indagine investigativa ma tutto incentrato sulla trama drammatica narrata in prima persona dal protagonista, mentre la scrittrice con un magistrale colpo di scena finale si diverte a beffare il lettore. Una storia insolita come quella raccontata dai recenti US Open in cui non sono mancati pathos ed emozioni drammatiche, alla stregua di un intricato racconto giallo.

I colpi di scena sono iniziati con il singolare femminile, dove una giovanissima tennista ha sbaragliato a sorpresa tutte le avversarie più esperte. Ma come in un vero thriller solo al culmine, durante la finale maschile sull’Arthur Ashe, una vibrante suspence ha raggiunto l’apice con  l’avvincente corsa al Grande Slam del lupo serbo interrotta dal dinoccolato orso russo.

In palio non c’era solo un titolo prestigioso: se per Medvedv contava la voglia di dimostrare al mondo tennistico il suo valore aggiudicandosi il primo Slam, per Djokovic c’era in ballo il coronamento di una carriera formidabile, la possibilità di consacrare il suo nome tra quello di miti leggendari. Le premesse adrenaliniche della finale degli US Open non hanno deluso gli appassionati e un inatteso quanto imprevedibile cambio di prospettiva ha rimescolato i tasselli di un puzzle che sembrava già completato.

Medvedev ha affrontato Djokovic giocando con astuzia e concentrazione, impedendogli di fare il suo gioco insidioso. Il numero 1 ATP di contro è sceso in campo molto teso, i suoi muscoli solitamente flessuosi sembravano di colpo contratti e irrigiditi dalla schiacciante tensione del momento. Chi si aspettava di assistere dopo il primo set alla solita rimonta del campione che ha fatto della forza mentale il suo colpo migliore, ha atteso inutilmente  perché l’incontro ha continuato a scorrere inesorabile sotto i servizi implacabili e le accelerazioni devastanti del giovane russo, svelando una inusuale vulnerabilità emotiva del campione serbo, costretto a fermarsi a un passo dal sogno. Senza la consueta tenacia, un Djokovic annichilito e smarrito ha presto compreso che l’esito della partita più importante della sua carriera si stava rivelando impossibile da ribaltare e che la conquista del Grande Slam stava miseramente andando in fumo.

Non poteva fare niente Nole per opporsi al trionfo dell’avversario, rinunciando così a eguagliare i record di Rod Laver. Eppure mentre viveva queste tormentate emozioni qualcosa di inaspettato succedeva alle sue spalle. Tutto il pubblico ha iniziato a sostenere all’unisono il campione in difficoltà, tifando rumorosamente per incitarlo a restare in partita, aggrappato al sogno. Forse un tifo dettato anche dal desiderio che il match continuasse e che la battaglia finale fra i due atleti non si esaurisse velocemente. Ma quel calore inaspettato per Nole abituato da sempre a giocare controcorrente ha aperto uno scenario emozionale inatteso. Il fiero campione si è abbandonato alla commozione nell’ultimo  cambio campo, non è riuscito a trattenere il pianto coprendosi il volto con un asciugamano.

Durante la premiazione un Novak ancora commosso ha ringraziato gli spettatori newyorkesi per l’affetto dimostrato, con gli occhi velati di lacrime ha ammesso che nonostante la sconfitta il pubblico lo ha fatto sentire davvero speciale. Una finale dai risvolti umani inaspettati quella degli US Open 2021, con un vecchio lupo che è uscito dal campo a suo modo vincitore anche se sconfitto. Dopo questo epilogo arriverà un nuovo inizio per il tennis, un nuovo inizio soprattutto per Novak che dovrà ripartire da se stesso, con la consapevolezza che nel momento più difficile e doloroso è arrivato spontaneo e imprevisto l’affetto universale del pubblico tante volte cercato e mai veramente agguantato, come un paradossale e beffardo colpo di scena finale degno della regina dei romanzi gialli.