Russo, ma non ortodosso

Russo, non ortodosso, per quanto riguarda lo stile di gioco.

Il passante che gli vale il break nel terzo set, quello della vittoria… Lo avete visto? Daniil sembra Goofy, sì insomma, Pippo, in uno di quei cartoni animati in cui è alle prese con qualche sport. Il baseball. L’hockey. Il tennis? Ma sì. Titolo: come si esegue un colpo da campione. Al rallentatore si vede Goofy che corre verso la palla e inciampa sui suoi stessi piedi, una scarpa si slaccia e vola via inseguita dai pantaloncini, lui rotola in un groviglio di membra, mutande e racchetta che assume la forma di una gigantesca slavina. Ma la palla gli rimbalza sul naso proteso e riparte in direzione opposta. È punto, signore e signori, mentre pantaloncini e scarpa, completato un formidabile looping tornano da soli al loro posto.

Applausi.

Dicono sia brutto da vedere, Daniil Medvedev. Ma non la raccontano giusta. È molto più che brutto. È orribile, a volte. E non rinuncia a mostrarlo, quando è il caso e se gli serve. La sua dote più preziosa, però, è unica, mai osservata nemmeno nei campioni più grandi, a cominciare da Federer. È il solo, il ventitreenne russo oggi cittadino monegasco («Non si può fare i tennisti e stare a Mosca», una delle stilettate che avranno causato cappottamenti in serie fra i membri del ministero dello sport) a possedere risorse tali da chiudere, egli stesso, il cerchio. Qualsiasi cerchio… Daniil è, insieme, brutto ma bello e impossibile. Fragile come un grissino, ma alla fine duro da spaccare i denti. Atleta improbabile, eppure veloce, efficiente, potente. «Potere agli scacchisti», esulta Gilles Cervara, il coach di Cannes, una sorta di Mastro Geppetto che sa di aver estratto dalla fascina il pezzo di legno buono, quello che sa anche discernere e parlare, e camminare se gli si danno due gambette. E giocare a tennis… «Sa cambiare partita in ogni momento», azzarda Geppetto, «la sua straordinaria qualità è far giocare male gli altri. Peggio, li fa incavolare. Proprio come riesce a fare con me».

Tsitsipas lo conosce bene. Ci ha giocato sette volte e ne ha vinta una sola. Ha due anni di meno, e forse il dato conta più di quanto non si creda, perché un conto è giocare con gli altri che sono normali, altro imbattersi in uno che ragiona al contrario. Non c’è stata semifinale, o quasi, salvo nel terzo set quando Medvedev – udite, udite… – si è violentemente offeso con se stesso per non essere riuscito, sul 6-4, 6-2, 3-1, a completare un nuovo break. E ha spedito i suoi colpi dove capitava, prendendo a pallate il mondo, e permettendo in tal modo a Tsitsi di riagganciarlo e portarsi avanti. Da 3-1 a 3-4, prima di tornare in sé e piazzare il break nell’undicesimo game, quello con il colpo di Goofy, che Medvedev descrive così… «Davvero, non so come ci sono riuscito. Il colpo era angolato, e le mie gambe andavano in senso opposto. Mi sono girato e ho corso più che potevo. È stato un attimo. Ho visto che c’era spazio in lungo linea. Ho avuto naso. Vedo che vi è piaciuto, eh?».

Così, in finale ci sono un russo non ortodosso e un serbo tutto famiglia, patria e chiesa, che quando saluta il pubblico – finalmente riapparso dopo il breve lockdown – alza le braccia al cielo per prendere chissà che cosa, distribuendo poi tanta grazia urbis et orbis, con gesti da santone tennista. Il padrone di queste terre “down under”, otto finali, otto vittorie. La nona si vedrà domani. Per Medvedev, la seconda finale Slam, dopo lo US Open 2019, cinque set contro Nadal finiti con il premio di consolazione. È una sfida da cui sembra dipendere un pezzo di futuro del tennis. L’antico campione e il giovane migliore, per quanto strampalato esso sia. Quattro a tre nei testa a testa, ma il match stavolta potrebbe contare doppio. Forse di più.