Orso Capo e il talento sbilenco

Sanno improvvisare, i ragazzi del futuro. Ed è un bene. Promettono finali assai meno ordinarie di quanto fosse possibile immaginare, e si sottraggono allo stereotipo dei picchiatori cronici, recidivi, impenitenti. Ma irriducibili.
    Si affrontano alternando il fioretto ai cazzotti, e lo fanno a ragion veduta, perché al primo tentativo di rissa è subito chiaro, a entrambi, che così proseguendo nessuno rimarrebbe in piedi prima dell’ultimo game.
    Ragionano, dunque. E pensano. Variano. Riflettono. Desumono. Arguiscono.
    Forse il tennis è davvero salvo. Forse…

Daniil the Bear ha un volto da giovane intellettuale russo degli anni Quaranta, l’espressione stranita fra disagio e speranza.
    Chiude l’anno da numero uno, senza esserlo davvero né potersene far vanto. Ma negli ultimi venti giorni segna un filotto da dieci vittorie e porta a casa Parigi Bercy e le Atp Finals, il quinto trofeo in ordine di nobiltà tennistica, per giunta abbattendo i primi tre della classe, Djokovic nel round robin, Nadal in semifinale e Thiem nella finale di un Masters che lo propone, da ieri, fra i tennisti in grado di prendersi la scena nel prossimo futuro. Senza nulla togliere all’avversario, che resiste cocciutamente fino a quando le forze reggono, sebbene limate dai continui cambi di tensione che il russo impone al match.Fa sapere Geppetto Cervara, il coach dell’orso, che nel campo dell’inventiva il suo uomo dispone di risorse infinite. «Può cambiare spartito dieci volte in un match, e farlo con la naturalezza che lo mette al riparo da ogni eccessivo sforzo mentale. Più incasina gli altri e più è lui». Variazioni diverse da quelle ultra tecniche di Federer, capace di sommare strategie dissimili nel corso dello stesso scambio riuscendo a farle combaciare come in un puzzle perfetto.
    Medvedev è più un capomastro della variazione, le organizza a pacchetti e le introduce nel match. Se funzionano prosegue, altrimenti ne apparecchia di nuove. Ha un talento sbilenco, produce trame di gioco dando a volte l’impressione di non comprenderle del tutto lui per primo, ma a lasciarlofare si finisce per auto condannarsi a non comprendere più a che gioco si stia giocando. Ed è stato questo l’errore di Thiem. Anche perché è stato lui a sottrarsi per primo al vorticoso avvio a base di ceffoni tirati a mano aperta.

    Ha provato, l’austriaco, con il back lungo e morbido, molto saponoso. Il proseguo sarebbe venuto da un’improvvisa accelerazione, e dall’eventuale conclusione a rete nel caso di replica stenta da parte di Medvedev. Buona idea, utile a sfilare il primo set dalle grinfie dell’Orso, che più di Thiem dettava tempi e modi del gioco. Ma non letale al punto da sfinire Medvedev, sebbene il russo sia giunto a pochi millimetri dal baratro in almeno due occasioni.
    Il game che ha cambiato il match è stato il settimo del secondo set, nel quale Thiem ha avuto le occasioni più appetitose per avviarsi alla conquista del titolo. Lì il russo ha tentato la carta della disperazione, tentando per due volte, sulla palla break dell’austriaco, l’attacco sulla seconda di servizio. Neanche eseguito nel modo migliore, se proprio dobbiamo esprimere un giudizio, eppure sorprendente quanto bastava per far sussultare il povero Domi. Palla in rete, la prima. In corridoio l’altra. E da lì Medvedev si è ripreso, ha cambiato marcia, e ha disegnato un terzo set lindo ed essenziale.
    «Dire che ci sto male è davvero poco. Pensavo di avere il match in mano, beh, quasi in mano. Ma lui ha meritato, è giocatore di grandi colpi, che sa fare tutto e ha mille armi per opporsi. Ho vinto gli Us Open quando pensavo di averli persi, e ho perso le Finals nel momento in cui ho pensato di averle vinte. Va così, il tennis», racconta Thiem, più che mai mogio. «Però siamo stati bravi», gli fa eco Daniil, «voglio dire, è stata una degna finale. È il titolo più importante, per me. Mi dà fiducia. Ora punto agli Slam, alla classifica, a tutto».

    Il primo Slam non dovrebbe essere lontano. Ma ci sono problemi. I voli per l’Australia dovrebbero riaprire dal primo di gennaio, poi è richiesta una quarantena di due settimane.
    I tennisti dovranno saltare tutti i tornei preliminari e scendere in campo direttamente nello Slam, a tribune chiuse e senza potersi abituare ai 40 gradi dell’estate di Melbourne. C’è chi chiede di spostare tutto ad aprile. La prima Covid Season finisce qui. Speriamo che la seconda non sia peggiore.