A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
Di Marco Nocita
Sapere che il 2026 sarà l’ultimo anno di Stan Wawrinka lascia addosso una strana sensazione: la tristezza di un addio che si avvicina e, allo stesso tempo, una profonda gratitudine per tutto ciò che ci ha regalato. Perché alcune carriere non si misurano solo nei titoli, ma nel segno che lasciano in chi ha avuto la fortuna di guardarle.
Stanislas Wawrinka nasce a Losanna, in Svizzera. I genitori lavorano in una fattoria di agricoltura biologica e aiutano persone diversamente abili. Stan ma non è ricco di famiglia. Nasce dentro il concetto di sacrificio, di lavoro quotidiano, di fatica vera. E questo, più di ogni talento naturale, spiega perché sia riuscito a costruire una carriera meravigliosa nel periodo più feroce della storia del tennis.
È il tempo dei Fab(olous) Four: Federer, Nadal, Djokovic e Murray. Stan non fa parte del gruppo. Cresce all’ombra di Federer, quattro anni più grande, quattrocento volte più celebrato. Ma Wawrinka non si lascia schiacciare. Non si affretta. Non forza il destino. Migliora lentamente, aggiungendo strati al suo gioco, anno dopo anno, fino a diventare il portento che abbiamo imparato ad ammirare.
Poi arrivano le montagne. Tre. Everest veri.
Australian Open 2014. Prima finale Slam, contro Nadal. Rafa ha problemi fisici, è vero, ma resta un gladiatore. Stan gioca senza paura, vince in quattro set ed entra nell’Olimpo del tennis.
Roland Garros 2015. Tra le finali più belle della storia del tennis. Contro Djokovic. Nessuno ci crede. Nessuno, tranne lui. Perde il primo set, non arretra di un centimetro, inizia a tirare vincenti irreali, uno dopo l’altro. Vince in quattro set. Chiude con un tracciante di rovescio e si porta il dito alla tempia: è tutto mentale. Certo. Anche con quel braccio.
US Open 2016. Terzo Everest. Ancora Djokovic. Se a Parigi nessuno ci credeva, a New York ci credeva uno in meno di nessuno. Perde il primo set, resiste, cresce, prende il controllo. Terzo Slam. Come Murray. Ma Murray è nei Fab Four. I Fab Five non possono esistere. Forse perché due svizzeri sono troppi. O forse perché i Beatles erano in quattro.
Eppure, i motivi per includere Stan tra i più grandi di sempre sono tanti. Uno su tutti: il rovescio.
Ne ho già scritto in passato, dell’importanza di preservare il rovescio a una mano. Ma quello di Wawrinka andrebbe messo in una teca del MoMA. È il connubio perfetto tra eleganza e potenza, il manifesto di un tennis che sta scomparendo. All’inizio della carriera non era così. È cresciuto con lui: la punta della racchetta più alta in preparazione, le gambe meglio posizionate, il timing affinato negli anni. Oggi è il colpo da insegnare. Da mostrare ai bambini che si affacciano al tennis e che, si spera, vorranno raccoglierne l’immensa eredità.
Perché questo è ciò che ci lascia Wawrinka.
Il 2026 sarà il suo ultimo anno. Non ci resta che augurarci che gli organizzatori dei tornei gli concederanno sempre una wild card per permettere a noi appassionati di andare a vedere una sua partita prima che si ritiri.
Nel frattempo, ci godiamo la Last Dance di Stan the Man all’Australian Open, sperando che vinca ancora, magari con uno dei suoi meravigliosi rovesci lungolinea.
Merci campione. Buona vita.