Vent’anni in un secondo

Sono passati vent'anni dal 2 Luglio 2001 e da quello che è considerato uno dei più gloriosi passaggi di consegna della storia del tennis: da una partita memorabile che segna anche la fine di un tennis diverso, della fine di un'era e dell'inizio di un'altra. Vent'anni dopo, Roger Federer è ancora lì

La coda, l’immancabile bandana, una collanina che sul finire degli anni ’90 era su tutte le spiagge mediterranee e qualche brufolo ancora evidente, su un viso ancora adolescenziale, ancora vittima di un temperamento troppo irruente per permetterne un’ascesa veloce, continua, significativa.

Vent’anni sono passati da quel momento, che Roger Federer ancora vent’anni non li aveva, il 2 Luglio del 2001, quando in un ottavo di finale del torneo che già allora amava più di tutti, affrontava uno dei suoi idoli d’adolescenza, Pete Sampras.

Quel Pete Sampras con sette titoli all’All England Club, quello che sì, era già in fase discendente e stanca ma sui prati londinesi ritrovava voglia, fiducia, dominio. E che da quattro anni era il campione uscente di Wimbledon.

“Ogni tanto rimpiango un po’ quei tempi, anche solo per avere quella spensieratezza, quel menefreghismo che puoi avere solo a quell’età, non controlli le statistiche del tuo avversario, non hai niente da perdere”

È quello che ha affermato Roger in una recente conferenza stampa, quasi riprendendo, inconsapevolmente, una frase di Eskimo di Guccini, quando a vent’anni si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età, ma forse si era solo noi.

Era certamente un Federer diverso, uno che ancora non si era “ammaestrato” per poter vincere tutto, uno che ancora doveva trovare un equilibrio nel suo atteggiamento in campo e nel suo tennis e che quella partita la giocò esattamente come il suo avversario, con 93 discese a rete (contro le 122 di Sampras, era un altro tennis) e fu praticamente l’ultimo anno che a Wimbledon si potè giocare così tanto a rete; l’erba infatti cambiò dal 2002 in poi, la festuca (che rendeva il rimbalzo più basso e dava l’effetto “tappeto”) sparì e restò solo il loglio, le palline sempre più pressurizzate e così gli organizzatori “scongiurarono” il tiro al piccione degli ultimi anni, dando il via a una trasformazione generale del circuito.

Finì 67 vincenti a 66 per Roger, che in un secondo, sul match point sul 6-5 e 15-40 si trova la risposta pronta sul dritto, che non gli pare neanche vero e Pete che avanza a rete: un lungolinea segna la fine di un regno e le premesse dell’inizio di un altro, che arriverà solo due anni dopo, quando sarà pronto per comprendere come ottenere tutto quello che vuole, quando avrà capito che il tennis non gli deve niente, è lui che deve al tennis.

Mentre Sampras farà presto poi a uscire di scena (nel miglior modo possibile, vincendo il quattordicesimo Slam a New York un anno dopo), nei successivi vent’anni Roger al tennis dà ogni cosa e dal tennis riceve ogni cosa: fama, trofei, record, soldi, amore, amore, amore.
Nessuno amato come lui, mai giocatore più tifato e più seguito: ed è ancora lì, tre operazioni alle due ginocchia dopo, a quasi quarant’anni, a sentire pressione ed emozione per un secondo turno e commuoversi di nascosto per essere tornato a casa sua, nel luogo che ama più al mondo, tra l’amore della gente e il suo, infinito, per il tennis.