Il tennis 2021? Contano solo le palle, Parigi la morte definitiva della Next Gen

La fantomatica “Next Gen”, quei ragazzini terribili che nell’idea (ottimistica a questo punto) dell’ATP dovevano prendere il posto dei grandi vecchi, è definitivamente morta ieri, quando Novak Djokovic si è lasciato andare sul terreno dello Chatrier qualche secondo dopo aver vinto lo slam numero 19 della sua carriera. 

A dirla tutta, la Next Gen in realtà non è mai nata, almeno tennisticamente. Un aborto, volendo utilizzare forse volutamente una parola forte. Ed è forse il caso di iniziare ad usarla, qualche espressione anche sopra le righe, per descrivere quella che è una disfatta forse senza precedenti nella storia dello sport, a livello generazionale.

Perchè i “big three” saranno anche i più forti di tutti i tempi nel loro sport (o tra i più grandi), ma quello che si è visto al Roland Garros è imbarazzante.

A questi giovani scalmanati, alcuni indubbiamente dotati di grande talento, semplicemente manca la forza mentale per poter compiere imprese degne di questo nome, manca forse la voglia di diventare grandi, o ancora più sinteticamente mancano “los huevos”, come rimarcò una volta quel diavolo di Carlitos Tevez a Max Allegri, dopo una sostituzione contro il Real Madrid. Tradotto? Poco carattere, letteralmente “palle”. Non hanno le palle. 

Contrariamente a quello che era successo (molte) altre volte, ieri a Djokovic ad un certo punto è bastato più o meno mandare la palla dall’altra parte del campo, dopo essere stato preso a pallate nel secondo set dal ventiduenne Stefanos Tsitsipas, per potare a casa la partita.

Il serbo non ha fatto altro che questo: aspettare lo sbaglio dell’altro. Tattica basilare, anche abbastanza “vigliacca” (sportivamente parlando) ma senza dubbio efficace. Il numero uno del mondo davvero non ha dovuto fare nient’altro: dritto, rovescio, palla corta, tanto l’altro sbaglia. 

E come sarebbe andata a finire si era capito con quel break nel terzo set, quando chi ha visto qualche partita da tennis in questi ultimi anni si era sgamato tutto questo. Ed è andata a finire puntualmente così.

Una cosa del genere si era vista nella finale dell’Australian Open del 2020, quando Thiem, andato avanti due set ad uno e partito bene anche nel quarto, sempre contro Djokovic, ha poi ceduto al quinto. Ma lì, almeno, c’era stata una qualche reazione proprio a livello di gioco da parte di Nole, e Thiem aveva probabilmente dato tutto, colpendo sovraritmo e andando sopra le proprie capacità, ad un certo punto.

Ieri è stata la sublimazione dell’eterna lotta, solo immaginaria a questo punti, tra vecchia e nuova generazione. Senza addentrarci in discorsi troppo sociologici sui giovani d’oggi e sull’importanze dei social, della tecnologia o di chissà che altro, qualche domanda sul fallimento (totale) della Next Gen è giusto, sacrosanto farsela.

Anche per dare il giusto peso ai trionfi dei vecchietti, di 34 e 35enni o anche 33enni come Cilic, che ieri a Stoccarda ha battuto, nemmeno troppo difficilmente, il quasi ventunenne Félix Auger-Aliassime, uno che è da anni che è considerato fenomeno (parolina abusata un pochino troppo), ma che ha perso otto finali su otto, non vincendo nemmeno un set. E il croato è uno lontano anni luce dai fasti di una volta. Dunque, fenomeno? Bah, diciamo così.

Proprio Marin rimarrebbe probabilmente tutt’ora il più “giovane” vincitore di uno slam (è del 1988), se solo Djokovic non avesse colpito un giudice di linea con una palla, allo Us Open del 2020, venendo squalificato e spianando così la strada alla vittoria del 27enne Thiem, uno che è ancora considerato giovane.

Thiem, tra l’altro, dopo quel successo è entrato in crisi nera, perchè aveva raggiunto l’obiettivo della sua vita e cose così. Per far capire quanto agli altri che non siano i big three basti poco.

Zverev sembrava dovesse spaccare il mondo (“vincerà almeno dieci slam prima dei 25 anni”, profetizzava qualcuno) e si è perso tra donne, accuse di violenza e progressi di gioco mai avvenuti (anzi). Medvedev è spuntato relativamente tardi, ma anche lui è crollato di testa varie volte, e alla sua grande occasione è stato martirizzato a Melbourne dal solito Djokovic.

Kyrgios, 25 anni, nemmeno si sa nemmeno se sia ancora un giocatore di tennis o meno, di Thiem si è già detto, Tsitsipas sarebbe quello forse più pronto ma anche lui ieri è clamorosamente mancato nel momento più importante, e già in semifinale si era salvato a stento contro Zverev. 

Gli altri, come Berrettini, magari sono più saldi mentalmente, ma purtroppo non tennisticamente a livello dei sopracitati. E Sinner e Musetti? Troppo, troppo presto per dirlo, soprattutto del secondo, mentre per Jannik qualche “pecca” qui e lì, anche dal punto di vista mentale, si vede.

Con queste premesse, Nadal e Djokovic stiano tranquilli: vinceranno (almeno gli slam, che è quello che conta) per molto, molto tempo. E non sarà solo (tutto) merito loro.