Djokovic e Nadal non sono i favoriti, l’Italtennis è ancora lontana

Otto giorni di tennis così così non sono passati invano. Per quanto tra i primi 8 l’unica assenza di rilievo sia quella di Thiem – Schwartzman è sempre da lodare per il suo grande impegno ma occupa una posizione di classifica non del tutto veritiera – i modi con cui i sono arrivati alle fasi conclusive del torneo è decisamente diverso. Djokovic e Nadal per esempio, hanno sfruttato un tabellone straordinariamente favorevole, e non senza qualche patema, soprattutto Djokovic. Il serbo, che lamenta un imprecisato dolore all’anca (sicuramente non uno strappo come il caso Berrettini ha chiarito) non ha convinto praticamente mai e solo il grande divario che c’è con giocatori come Fritz o Raonic gli hanno consentito di arrivare in qualche modo a sfidare Zverev. Tra i due c’è un precedente molto recente, quello dell’ATP CUP, vinto da un Djokovic in condizioni migliori di queste solo 7-5 al terzo. Ma due settimane non sono poche, Zverev è via via migliorato e Djokovic ha via via accumulato tossine, spingendoci a dire che dovesse cavarsela anche col discusso tedesco farebbe una mezza impresa. Non che Zverev abbia particolarmente convinto, ma il tedesco ha messo in mostra una certa sicurezza, superando con buona brillantezza i pochi momenti.

L’altro dioscuro, Rafa Nadal, ha nascosto meglio le sue difficoltà, aiutato anche dall’aver trovato avversari più remissivi quando non in giornata disastrosa, come il Fognini di oggi. La partita contro l’italiano è stata uno scempio, condita da errori e notevoli difficoltà al servizio, tanto da essere stizziti che contro un Nadal simile si siano racimolati la miseria di 9 game, tre in meno di Norrie, per dirne una. Nadal rischia di pagare il salto di qualità dei suoi avversari, perché Tsitsipas prima o poi la smetterà di dissipare il gran tennis che esprime. A New York buttò via un match incredibile contro Coria, a Parigi fece persino peggio in semifinale contro Djokovic e certo i tifosi di Nadal si potranno appigliare ai proverbi. Ma Tsitsipas sembra sul pezzo, come si dice, è uscito fuori con grande classe e solidità dalle difficoltà procurategli da Kokkinakis e poi ha non concesso nulla né a Simon né a Ymer, avversari non certo proibitivi ma è il modo ad avere impressionato. Peccato non aver assistito al match contro Berrettini, non tanto perché si crede che Matteo potesse creargli troppi grattacapi quanto per sondare un po’ lo stato di forma del greco.

Tutto questo per dire che non sarebbe certo una clamorosa sorpresa se né Djokovic né Nadal fossero in campo per le semifinali. Del resto, per quanto eccezionali, si parla pur sempre di atleti che sono alle soglie dei 34 anni – Djokovic – e addirittura 35 Nadal. Il confronto con due ragazzi che hanno dieci e dodici anni di meno potrebbe fare la differenza.

Ma anche gli altri due quarti presentano motivi di grande curiosità e non è neanche detto che siano da cercare tra questi i protagonisti della finale di domenica prossima. Dimitrov, aiutato forse da un po’ di fortuna, ha speso fin qui pochissimo ma quel poco lo ha speso bene, mettendo in mostra un gioco scintillante sia contro Carreno – che si è fermato dopo un set – sia contro Thiem – che si è fermato dopo due. C’è la curiosità di vederlo contro un giocatore sano che è la vera sorpresa del torneo, cioè questo Aslan Karatsev di cui tutti parlano in queste ore. Una vita passata nei tornei minori e poi quest’improvvisa esplosione condita da terribili botte piatte di dritto e rovescio. Più che la vittoria contro Schwartzman, stupisce quella contro Felix Auger Aliassime che era avanti due set a zero prima di essere investito da una specie di camion. Non a pochi è venuto in mente il Cilic del versione US 2014, ma almeno quello era un giocatore che stazionava nei primi 10, Karatsev sembra proprio un mistero. Il match contro Dimitrov in teoria per lui è il peggiore, perché il bulgaro è bravissimo a variare il gioco e non gli offrirà mai due volte la stessa palla da aggredire. Ma del resto ha poche alternative il russo: scendere in campo e tirare forte, vedremo quante palle resteranno in campo e si faranno i conti.

L’ultimo quarto è il derby di Mosca – anche se pure Karatsev è nato nella capitale russa – tra Daniil Medvedev e Andrey Rublev. La partita ha un chiaro favorito, che per noi è anche il favorito del torneo, cioè Medvedev, ma mentre Daniil è incappato in uno strano appisolamento contro Krajinovic, Rublev prosegue questo suo cammino verso la maturità concedendo solo lo stretto indispensabile ai suoi avversari. Per Medvedev potrebbe essere l’ostacolo più duro sulla via dello slam, persino più dell’eventuale vincente tra Tsitsipas e Nadal, ma molto dipenderà da Andrey. Se riuscirà a tenere a bada i nervi le sue possibilità sono molte di più di quanto non si possa pensare, del resto a New York ha perso di un’incollatura e da allora non è certo peggiorato, anzi.

E parlando di miglioramenti non possiamo che guardare alle vicende di casa nostra, dove da ormai un anno si assiste ad un’euforia che l’Australian Open ha sancito essere quanto meno prematura.
Fognini ha giocato due partite bene e due male. Nella prima se l’è cavata grazie anche ad un po’ di fortuna (quella contro Caruso ovviamente) nella seconda ha rimediato una figuraccia che nonostante gli sforzi degni di miglior causa dei cantori italiani rimane lo specchio più evidente del valore di un giocatore che fra l’altro ha anche una certa età – 34 anni a maggio.


Sinner, a conti fatti, è uscito a primo turno contro un giocatore forte ma non particolarmente in forma, che è uscito in malo modo a terzo turno, insomma non uno dei più forti del mazzo, almeno in questo torneo. E troppo spesso ci si dimentica che Sinner è giovane ma gli altri hanno appena un paio d’anni in più, non è il caso di fare affidamento sui suoi miglioramenti, perché non è che gli altri resteranno al livello di oggi. Sinner è in grado di giocare per un paio d’ore a ritmi forsennati poi, con giocatori forti, cala abbastanza nettamente. Sicuramente ci staranno lavorando, come si starà lavorando sulle difficoltà di avere un piano B, tanto più necessario quando appunto il piano A risente dell’impossibilità di mantenere lo stesso livello a lungo. Qui forse c’è la preoccupazione maggiore, perché Sinner sembra molto forte nel fare una cosa – la palla esce dalle sue corde con una potenza che ricorda quella di Berdych e del Potro – ma non pare possa variare il suo gioco. Vedremo, Berdych e del Potro in fondo hanno costruito una bella carriera con quelle caratteristiche, ci si augura che possa succede anche a Sinner ma eviteremmo scommesse. Fra l’altro Jannik sembra essere più lucido dei suoi cantori e questo è un segnale che fa ben sperare.
Berrettini ha purtroppo dovuto rinunciare a sfidare Tsitsipas ma bisogna essere molto tifosi per ritenere che potesse partire favorito. Purtroppo Berrettini sembra avere una muscolatura fragile, come spesso capita ai giganti come lui. Anche a Melbourne Matteo ha mostrato i pregi – molti: non solo il servizio e il dritto ma una certa capacità a giocare alla perfezione nei momenti importanti del match, cosa che nel tennis è fondamentale ovviamente – e i difetti, il solito rovescio che chissà se riuscirà mai davvero a migliorare, speriamo anche qui che faccia meglio di Roddick.

Insomma se è fuor di dubbio che la situazione complessiva dei giocatori italiani è migliorata rispetto a qualche anno fa, non è ancora il caso di gridare al miracolo. E chissà se il miracolo arriverà davvero.