Maradona e la liberazione del Dio

Appare il messaggio del giovane, troppo giovane, collega, che sta lavorando con te in smart working (la redazione, ormai, questa sconosciuta), e mentre tu sei sotto choc perchè non puo’ essere altrimenti, e sai perfettamente che qualsiasi cosa succeda non dimenticherai mai dov’eri e cosa facevi il 25 novembre del 2020, ti chiede di sfuggita: “Mi è spiaciuto non vederlo giocare, e non sapere chi era davvero”. 

E fa bene a dirtelo, ed è anche un bene che te lo dica imbarazzato, consapevole che non può capire. È appena morto Diego Armando Maradona,  lo hanno battuto le agenzie, stai lavorando e immagini quello che succederà, alla portata dell’evento, umanamente e giornalisticamente. Banalmente, pensi che l’indomani sarà il primo giorno della tua vita nel quale Maradona non è più fisicamente vivo, tra noi. Importa qualcosa? Non lo so. Troppo presto. 

Si, certo, forse, nei panni attuali il Pibe ci stava stretto. È stato uno dei pochi esseri umani nella storia ad aver provato da vivo l’essere Dio. Non per niente, era depresso e chi gli stava attorno ha cercato, negli ultimi tempi, di dargli un obiettivo, qualcosa, ma per lui era impossibile abituarsi ad essere qualcosa meno che immenso, anche se la mistica sulla sua persona non accennava a diminuire. Quindi, la terra in questo caso a Maradona sarà forse lieve per davvero, rendendolo finalmente sereno e definitivamente mito immortale. Libero, appunto.

Ho pero’ pensato per molte ore a quel mio giovane, troppo giovane, collega che non ha mai visto giocare Maradona, e ancora peggio non è cresciuto accerchiato da quella mistica. Perchè chi ha 20 anni o giù di lì, chiaramente lo ha sentito nominare, magari ha visto su YouTube i suoi gol, ma vivrà questo lutto come uno dei tanti eventi di questo 2020 che, come ha detto la mia amica Rossana centrando perfettamente il punto, ci sta regalando un po’ troppi “momenti epocali”. 

Ma chi era davvero Maradona, tornando al mio giovane collega? Un fuoriclasse. Certo. Un fenomeno. Ovvio. Il più grande di tutti, se non sei brasiliano, e non è nemmeno detto. Un immenso calciatore, un piccolo uomo, secondo molti. Uno che è caduto e rialzato. Un essere superiore, un diavolo. Non è un caso che tantissimi quotidiani oggi abbiano titolato “Dio è morto”. Si, ok, bla bla bla. Banalità. Si sa.

Dunque? Anche qui, non so. Forse sarebbe bene chiederlo ai rispettosissimi giapponesi, quando nel 1979 Diego sbarcò nel Paese del Sol Levante insieme alla sua Argentina per i mondiali juniores. La stella pare fosse Ramon Diaz: mancino pure lui, eh, poi vabbè. Leggenda narra che l’idea per realizzare “Capitan Tsubasa”, quello che noi conosciamo volgarmente come Holly e Benji, nacque vedendo Maradona giocare quel mondiale. Che ovviamente, l’Argentina vinse. Fate voi.

Poi magari ci starebbe un giro a Buenos Aires,  non ora dilaniata dal dolore, ma quando il lutto diventerà ricordo e sorriso.  Si potrebbe chiedere a chi lo vide giocare per la prima volta in modo incredibile a 9 anni in mezzo alla povertà più assoluta, vestito di stracci e con un pallone di pezza. “Non puo’ essere così giovane e fare queste cose, è sicuramente un nano”, dicevano al padre, che per campare lui, la moglie e i suoi tanti figli, grattugiava le ossa e poi tornava nella baracca di Vila Fiorito. Eppure, aveva 9 anni e mezzo. 

Diego poi nemmeno maggiorenne volava in mezzo ai campi con la maglia dell’Argentinos Juniors prima e del Boca, distruggendo da solo gli avversari: i tifosi piangevano di gioia e di tristezza, felici di goderselo ma tristi perché i soldi europei se lo sarebbero portati via presto.

Ah, dato che ci siete, fate una ricerca su Hugo Gatti, il portiere fenomeno dell’Argentina di fine anni 70, che parava portandosi dietro una bottiglia di whisky. “Ehi, ciccione, ma cosa vuoi fare?”, disse a mò di stampa ai giornali riferendosi a Maradona. Quando giocarono contro, Gatti raccolse la palla nella sua rete 4 volte. A fine partita, abbracciò e baciò Diego, sussurandogli “sei il più grande di tutti”.  Uno dei momenti tipicamente argentini.

Se non basta, andate in Inghilterra e domandate a qualcuno cosa gli ricorda il nome Maradona. Vi risponderanno probabilmente un quarto di finale di un mondiale, nel 1986, una mano beffarda che prende il posto della testa e diventa quella di Dio, un pallone che beffardo rotola verso la porta, e anche uno slalom incredibile, un gol da antologia, il più bello mai realizzato in un campionato del mondo. Non gliel’hanno mai perdonato. Anche oggi, mentre il Pianeta celebra la morte di un Dio, gli “Inglés” invocano la Var. Figurarsi.

Non tutti pero’, non quelli che ci giocarono, in quella partita di fine giugno in Messico. Peter Beradsley, uno dei difensori che Diego salto’ come nulla fosse mentre si involava verso il gol del secolo mentre Victor Hugo Morales alla radio gridava “Barrilete cosmico”, a fine match disse: “Se quello lì fosse nato a Toronto, il Canada andrebbe in finale”. A proposito, ma qualcuno ha mai vinto il mondiale giocando con una squadra scarsa? Beh, si. Trentaquattro anni fa. Appunto.

E Messi?  Dalla cinta in giù, parliamone pure. Dalla cinta in su, non iniziamo nemmeno. 

Poi, certo, ci starebbe un giretto a Napoli, chiedendo perchè quel numero dieci con la maglia azzurra diventò più importante del Vesuvio, di San Gennaro, della città stessa, e chiedete anche se dopo di lui la squadra ha più vinto due scudetti, una coppa Italia, una coppa Uefa, e dato che ci siete chiedete anche perché mezza città di nome fa Diego Armando. Il riscatto di un popolo, il sogno del Sud. Realizzato. Iniziando da quel gol su punizione, alla Juve di Platini e campione d’Europa. Quella punizione senza senso con la barriera a 4 metri. “Eraldo, dammela dietro”, disse “El Pibe” a Pecci. “Ma così non passa” “Tu fallo, e stai tranquillo”.

“Che vi siete persi”, scrissero i tifosi azzurri all’ingresso del cimitero di Poggioreale, il giorno dopo la vittoria del primo scudetto. Già, giovani, che vi siete persi. E come ci sentiamo persi.