Dopo tante polemiche e vicissitudini, il tennis torna a emozionare (e addio all’asterisco!)

Dodici ore dopo l’ultimo ace di Victoria Azarenka, provando a recuperare sonno ed energie, siamo ancora bloccati con la mente a quanto successo la scorsa notte nelle semifinali femminili dello US Open. Due partite di qualità assoluta come non si vedeva da tempo nel tennis femminile in questa fase di un Major dove generalmente almeno una veniva resa una “passeggiata” dalla forza di Serena Williams che colma di carica agonistica per andare a giocarsi il titolo dominava la malcapitata avversaria.

Abbiamo cominciato all’una del mattino in Italia, abbiamo finito alle 5:40 con una seconda semifinale più breve solo per via di un set iniziale terminato 6-1 in favore proprio di Serena, fin lì apparsa a livelli mai visti in queste due settimane. Ma a risaltare è la qualità elevatissima della prima semifinale tra Jennifer Brady e Naomi Osaka per la continuità che c’è stata lungo le due ore e 20 di gara dove la giapponese ha avuto un match abbastanza anomalo non solo per lei ma per l’intera circostanza dove per due ore non ha visto l’ombra di una palla break e mentalmente ha dovuto imporsi giocando sempre al limite col rischio di “scoppiare” perché di fronte a sé aveva una grandissima (qui) avversaria.

Nel decennio appena trascorso soltanto in due circostanze (su 40) entrambe le semifinali Slam erano terminate al set decisivo. L’ultima fu al Roland Garros nel 2017 quando Aljona Ostapenko superava Timea Bacsinszky 7-6(4) 3-6 6-3 mentre Simona Halep si imponeva su Karolina Pliskova 6-4 3-6 6-3. Quelle però più “sfruttabili” come termine di paragone sono le semifinali dell’Australian Open 2012, quando Azarenka si impose 6-4 1-6 6-3 contro Kim Clijsters e Maria Sharapova ebbe la meglio di Petra Kvitova 6-2 3-6 6-4. I nomi lì erano tutti di altissimo valore e c’era in ballo la lotta al numero 1 WTA che coinvolgeva tre giocatrici (con Caroline Wozniacki eliminata e certa di perdere la vetta del ranking).

Sono partite diverse perché per esempio in nessuna c’è stata la solidità mentale che ha spinto ben oltre i loro rendimenti sia Brady che Osaka. Naomi per esempio serviva la prima palla 10 chilometri orari in media più forte rispetto al resto del torneo, e Jennifer con un rendimento simile, tanto da trasformare il primo set e mezzo in una gara tra grandi battitrici generando pressioni e situazioni molto diverse rispetto al normale martellamento che assistiamo alla risposta. Nel primo set Osaka aveva in totale il 55% dei suoi servizi che non venivano rigiocati, percentuale mostruosa a cui si univa la sua capacità di essere “tough” (dura) nei momenti delicati, elevandosi a solista nel tie-break che doveva invece rispecchiare un parziale dove c’è stata una sola palla break e in cui Brady ha cercato di aggredire una seconda ai 120 chilometri orari ma sbagliando col rovescio.

Ritmi impressionanti, e tantissimi dei meriti erano per come la statunitense reagisse sempre ai vari step che faceva la sua avversaria. La partita era bellissima perché entrambe giocavano (tanto) bene nello stesso momento, ovvero dal punto 1 del primo game del primo set. Brady per oltre due set è stata impenetrabile al servizio e Osaka, merito ulteriore, non si è mai fatta prendere veramente dal nervosismo a parte una parola di quattro lettere sussurrata quando vedeva il secondo set sfuggirle. Andando a tutta, settima marcia inserita, ha perso il primo e unico turno di battuta sul 3-4 nel secondo set dopo lo scambio più lungo della partita, tutto giocato in apnea da entrambe in un braccio di ferro di potenza dove alla fine a Osaka è scappato appena largo un dritto. Poteva essere game, set and match se avesse tenuto duro per tutta l’ora e tre quarti precedente. E poi nel terzo parziale quando ancora non trovava lo spiraglio per la palla break e anzi era di nuovo sotto pressione al servizio quando Brady spingeva di dritto con delle frustate impressionanti e lei ha avuto il tempo di reazione di organizzare l’uscita dal servizio sul 30-30 e giocare un rovescio incrociato imprendibile seguito da un dritto pesantissimo in lungolinea. Pochi secondi dopo, il nastro ultra favorevole per il 15-40 e Brady che cedeva il prolungato confronto e dava il là alla fuga di Osaka verso la vittoria.

Doveva essere l’antipasto della semifinale nobile, alla fine ha finito per farsi preferire se non altro in qualità perché a livello emotivo e di significati una sfida tra Serena Williams e Victoria Azarenka è quasi impossibile (ancora oggi) da battere. Un primo set a senso unico perché, come diceva la bielorussa, non si riusciva a pareggiare l’intensità e la forza della statunitense, ma dal 2-2 nel secondo set ci sono stati almeno 40 minuti di grandi emozioni dove Serena stava perdendo sensibilmente contatto, ma era tutto parte del grande lavoro che stava cominciando a mettere in campo l’avversaria. Più gli scambi si allungavano, più Williams si stancava, più lei manovrava le operazioni liberamente. Però quei minuti sono stati di grande carica, ed è un peccato che si sia spezzato il momento quando Serena ha sentito un dolore al tendine d’Achille. Anzi, è quasi da applausi come abbia cercato di rientrare e tener duro a un destino che a quel punto era ancor più segnato. Si muoveva male, o almeno non si muoveva abbastanza bene da contrastare al meglio l’avversaria ormai padrona del campo che sul 5-3 si è regalata un ultimo brivido col doppio fallo del 30-30, seguito però da due ottimi servizi.

Prima una delle giocatrici che più si sono migliorate in questo scorcio di stagione contro una grande campionessa, ora investita anche dei panni dell’attivista nel tentativo di mantenere nella memoria collettiva i nomi di persone della comunità nera statunitense vittime di violenze da parte della polizia, poi una leggenda alla caccia del ventiquattresimo Slam che si scontrava con la voglia di sognare di chi un tempo (7 anni fa) era costantemente lassù e poi tra mille peripezie si è trovata più volte vicina al passo d’addio. Si presentavano già nel migliore dei modi, hanno confermato se non superato le aspettative. Due partite così belle e intense che erano mancate in questi anni a questo livello di uno Slam non possono che far bene non solo a livello femminile ma a tutto lo sport alla ricerca di una sua identità in questa ripresa dalla sospensione estremamente complicata, dove si è vissuto un torneo sempre a metà tra partite giocate e vicissitudini extra, accompagnato inizialmente da un chiacchiericcio poco lodevole sul fatto che a causa dei tanti forfait dovesse rappresentare un evento da segnalare con l’asterisco perché non abbastanza all’altezza del contesto Slam. Adesso, e alla luce di una finale interessantissima tra Osaka e Azarenka, questo discorso tornerà nel dimenticatoio.