Roger Federer, l’ultimo dei favolosi

Bastava aspettare. Anche se non è il caso di stilare bilanci definitivi la netta vittoria di Federer su Nadal, la secca vittoria di Kirgyos su Djokovic e la solita uscita prematura di Andy Murray raccontano molto di più di un torneo che ha consumato subito le sue emozioni più attese e che nelle tre giornate finali dovrà soltanto confermare – o smentire – delle ipotesi.

Il quindicennio che abbiamo alle spalle, forse definitivamente dopo Indian Wells 2017, è stato raccontato dalle imprese alternate dei Fab4. Con le distinzioni del caso, con i periodi ora di uno ora dell’altro, il dominio della sacra trimurti, con l’aggiunta dello scozzese a lungo più primo dei secondi che parte integrante dei Fab, è stato totale, quasi tirannico. Federer, Nadal e Djokovic non si limitavano ad accumulare vittorie come tutti i numeri 1 prima di loro ma dominavano, non lasciavano neanche le briciole. Tre slam su quattro che diventavano addirittura la regola, quando in passato era un’eccezione talmente rara da far gridare al miracolo quando avveniva. Prima dei tre quarti di slam di Mats Wilander dell’88 c’era stato quello di Connors, quasi quindici anni prima e con un parco giocatori molto debole in Australia. E dopo di anni ne passeranno diciotto, per arrivare al Federer del 2006. Da allora l’eccezione si è ripetuta nel 2007, nel 2010, nel 2011, nel 2013, nel 2015. Troppe volte per essere un caso.

Il tutto sembrava fatto apposta per scatenare le infinite discussioni dei fan su chi fosse il migliore, il più forte, il più favoloso. E le alterne fortune dei 3+1 sembravano fatte apposta per non risolvere mai il dilemma. Restava la fastidiosa sensazione che i tre non si fossero mai davvero incontrati nel loro momento migliore. La più oziosa delle domande, “giocassero tutti al meglio chi vincerebbe?” sembrava, sembra, destinata a non avere mai risposte. Quello che però il tempo si è incaricato di stabilire è cosa succede quando tutti giocano non al meglio. In questi casi la risposta è semplice, vince Federer. L’infinito talento dello svizzero – e non date retta a chi dice che è uno dei tanti – gli consente semplicemente di supplire meglio all’inevitabile perdita del tono fisico, e del logorio mentale che una carriera di tennis ti infligge. Quando corri un centesimo di secondo più lento, quanto tiri un centesimo meno forte, quando la tua concentrazione non è maniacale su quello che stai facendo, allora che tu sia Nadal o Djokovic poco importa: vincerà Federer.

La partita di ieri notte lo ha spiegato come meglio non poteva. Federer ha certo giocato dei rovesci meravigliosi e cesellato come sempre e per sempre, perché i suoi colpi resteranno uguali anche a 50 anni. Ma non è certo il miglior Federer che abbiamo visto. Ma le difficoltà che Nadal gli ha offerto erano poca cosa, buone forse per il Verdasco di turno ma non per qualcuno che è nei primi cinque o che si chiama Federer. Il dritto di Nadal funziona poco e male e quella diagonale tante volte mortale è diventata una strada lastricata di fiori per uno che ha quel talento. Per quanto possa essere triste bisogna convincersi che il dritto di Nadal non è e non tornerà quello dei tempi belli. E su quel colpo Federer avrà vita sempre più facile, non è certo un caso che l’efficacia e la bellezza del rovescio illumini e sorprenda maggiormente proprio contro il nemico di sempre. Federer può tirare il suo colpo in grande tranquillità e senza troppi affanni e Roger Federer, se tira con i piedi ben piantati per terra e con la giusta distanza un qualsiasi colpo, anche a 50 anni non lo sbaglierà mai. Del resto Nadal non batte un top5 sul cemento dalle Finals del 2015 e per trovare l’ultima vittoria all’aperto – con l’eccezione del semi-infortunato Raonic di gennaio scorso, dobbiamo risalire addirittura al 2013, cioè quasi quattro anni fa. Ritenerlo ancora competitivo su questa superficie è più un atto di fede che una valutazione tecnica.

Ma anche la sconfitta di Djokovic non è banale come potrebbe sembrare, perché certifica contro uno dei grandi che verranno, testa o non testa, che in fondo la vita di un tennista che non si chiama Federer è normale. E ad un certo punto, inevitabilmente, cali. Declini. Djokovic non si è improvvisamente imbrocchito naturalmente e da più di un anno ormai il suo gioco ha perso quel pizzico di profondità e precisione che lo rendeva praticamente invulnerabile. È un declino controllato, fatto di molte vittorie, ma che difficilmente sarà reversibile. Più che riprendersi il primo posto Nole probabilmente dovrà provare a non perdere il secondo, anche se quelli dietro ancora sono decisamente lontani. E tra quelli dietro c’è Kyrgios, che ormai, classifica o non classifica, è un virtuale top5. È Nick che decide cosa fare, non il suo avversario. Se sta con la testa in campo, se decide che vale la pena spremersi, se il nome dell’avversario lo soddisfa, la partita la vince lui. Certo, dovrà ancora fare in modo, e chissà se ci riuscirà mai, di incastrare tutte quelle variabili – la voglia, il nome dell’avversario, la testa – e non è detto che ci riesca a lungo. Ma se Federer immagina di poter giocare contro Nick con la stessa serenità della partita di ieri notte subirà un brusco risveglio. Non succederà, perché in mezzo a mille fastidi l’età porta anche una diversa acutezza tattica, ma per bastare servirà che Nick dia una mano.

Quello che ci aspetta, quello che stiamo vivendo, a dispetto di una finale slam che in fondo è stata abbastanza casuale, è il famoso ricambio. Dall’anno di grazia 2017 il favorito del torneo non sarà un dominatore e spesso non arriverà in finale. Fino a quando non è dato saperlo. Per esempio adesso Federer ha in mano la continuazione di una striscia che dura dal 2010 a Indian Wells: quello con almeno uno dei Fab in finale. Se perdesse contro Kyrgios addirittura dovremmo tornare indietro nel 2006, (Bercy esclusa) per tornare ad un Master 1000 senza Fab in semifinale. Un’era fa. Appunto.

Che tra il14 e il 15 marzo 2017 – un martedì e un mercoledì, non certo i giorni classici del tennis – arrivassero le spiegazioni di un decennio, forse quindicennio di tennis non era prevedibile. E in fondo è giusto che sia successo in uno dei tanti “quinto slam” in giro per il mondo, uno sul cemento. La superficie più onesta, si diceva una volta.