A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
TENNIS – Di ENZO CHIERICI. Arrivo per ultimo, lo so. Probabilmente fuori tempo massimo. E con l’aggravante di non averlo neanche visto il match. Ma non mi cimenterò in dotte analisi tecniche e nemmeno mi metterò a fare l’elogio – che sarebbe stato peraltro meritatissimo – del vincitore.
L’impresa di Querrey, d’altra parte, è stata raccontata in ogni modo possibile e immaginabile. Vorrei invece parlarvi dello sconfitto. E proprio mentre lo scrivo sento come un senso di disagio, perché da tempo non ero abituato ad associare Djokovic alla parola “sconfitta”. Se qualcuno, giunti a questo punto, si aspetta di leggere una sorta di attacco o una qualche forma di critica verso il campione serbo può anche interrompere qui la lettura di questo articoletto.
Perché, al contrario, proprio nel momento della caduta, vorrei tessere le lodi di questo straordinario campione e uomo. Sul campione, poco da dire o da aggiungere. Non sarà una giornata storta a farmi cambiare idea su questo fenomeno. Ha perso da favoritissimo, e allora? Capita. D’altra parte, se nessuno realizza più il Grande Slam dal 1969 ci sarà pure un motivo, o no? Passiamo al Djokovic uomo. Non mi metterò qui a sbrodolare retorica sugli allenamenti sotto le bombe, eccetera eccetera. È un altro l’episodio che ha colpito la mia attenzione. Come dicevo, non ho visto il match. Ma ho visto alcuni servizi in TV e degli highlights su YouTube. Nole aveva appena perso.
Il suo stato d’animo non doveva essere dei più felici. Aveva appena visto sfumare il sogno d’un possibile Grande Slam, quindi delusione enorme. Eppure all’uscita dal campo ha avuto la classe, starei quasi per dire la delicatezza, di fermarsi a firmare autografi per gli spettatori. Un piccolo grande gesto, per molti magari insignificante, ma che a me ha colpito molto. Perché raramente ho visto altri farlo, e perché posso solo immaginare (anzi no) il suo stato d’animo in quel momento. Forse per la prima volta, forse in ritardo, ho voluto bene a Nole.
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