Australian Open: Naomi Osaka, la giapponese che non parla… Giapponese

TENNIS – Dal nostro inviato a Melbourne Diego Barbiani

E’ nato un personaggio, si chiama Naomi Osaka. La giocatrice giapponese, classe 1997 e nata (pensa il caso) ad Osaka, è al terzo turno dell’Australian Open dopo la vittoria contropronostico su Elina Svitolina per 6-4 6-4.

E’ un personaggio non tanto per il suo tennis, fatto soprattutto di colpi potenti da fondo campo ed abbastanza al limite, ma perché sembra davvero un anti-personaggio, privo di emozioni, salvo poi rivelare il suo lato simpatico in appena una frase durante la conferenza stampa. «I don’t speak japanese, sorry» («non parlo giapponese, vi chiedo scusa») aveva rivelato la volta scorsa alla ventina di giornalisti del Sol Levante persenti in sala stampa. Eh? Cosa? Riavvolgiamo il nastro un attimo. Naomi è giapponese, di Osaka come detto, ma già dai caratteri del corpo si vede che ha ben poco di quel paese, se non un po’ il volto e la forma degli occhi. Solo la mamma è del Giappone, mentre il padre è originario di Haiti. Quando aveva tre anni si sono trasferiti negli Stati Uniti, in Florida, e sentendola parlare si sente molto forte questo accento americano nell’inglese.

Se qualcuno dovesse mai girare i fogli con le sue risposte, qualcuno potrebbe pensare ad una ragazza per nulla loquace, alquanto seria e senza voglia di parlare. Un po’ lo stesso atteggiamento che le si vede avere in campo. Ma sei al terzo turno di uno Slam, non può essere l’occasione per mostrare un po’ di felicità? «Non voglio dirti che sono pigra… Anzi, sono molto felice! E’ la mia faccia che è geneticamente così, ma sono felice davvero, scusate!».

L’altra volta una giornalista giapponese le aveva chiesto che tipo di tattica avrebbe utilizzato contro Svitolina, lei aveva risposto: «Non posso dirtelo». Oggi, ritornando sull’argomento: «Buttare la palla in campo». Tutto qui? «Sì perché in realtà non avevo un gran piano in mente, pensavo più a quello che dovevo fare e non mi sono concentrata tanto su chi avevo dall’altro lato del campo per non distrarmi».

Sembra una frase stupida, in realtà nasconde un carattere particolare. Un po’ introverso, alle volte un po’ impacciato forse, ma che analizzato a fondo non può lasciare indifferenti: o la si ama o la si trova antipatica. «Cosa penso del prossimo turno contro Azarenka? Non so, spero di fare una buona partita (ride, ndr). Penso di essere strana, vi giuro: non sono per niente emozionata».

Per non parlare di quando commenta le sue stesse affermazioni con espressioni come: «Oh, sì, questa l’ho detto bene».

Qualcuno dalla memoria un po’ lunga ricorderà quando nel 2014 si mise in mostra a Stanford, battendo Samantha Stosur, oppure quando a fine 2015 fu a Singapore per il Rising Star contest organizzato dalla WTA nel merito del Master finale. Per quanto riguarda l’aspetto più tecnico, sembra aver capito di dover cercare di ridurre i propri rischi. «Negli ultimi due anni credo di essere migliorata in quell’aspetto. I colpi viaggiano sempre, però ora ne tengo molti di più in campo». Ha lavorato parecchio nella off-season sull’aspetto fisico, ma anche sull’essere meno fallosa. «Non è semplice, quando le avversarie mi giocano sul dritto io vorrei tirare un vincente. Vorrei farlo, davvero, ma devo metterlo in campo. E’ difficile a quel punto! Io ho il colpo pronto, ma devo sforzarmi a metterlo dentro al campo». Ed è su questo che suo papà sta puntando, ed è su questo che lei vuole migliorare. Perché in quanto a carattere, quello davvero non manca.

 

Dalla stessa categoria