US Open – Angelique Kerber, il cerchio si chiude: New York per la rinascita, New York per la consacrazione

TENNIS – Di Diego Barbiani NEW YORK. 5 anni fa Angelique Kerber meditava il ritiro dal tennis, dopo 11 sconfitte al primo turno nei primi 6 mesi della stagione. Fu Andrea Petkovic a desisterla dal suo primo intento ed a portarla con sé all’accademia di Schuttler e Waske. Lì si è formata la nuova Kerber, […]

TENNIS – Di Diego Barbiani

NEW YORK. 5 anni fa Angelique Kerber meditava il ritiro dal tennis, dopo 11 sconfitte al primo turno nei primi 6 mesi della stagione. Fu Andrea Petkovic a desisterla dal suo primo intento ed a portarla con sé all’accademia di Schuttler e Waske.

Lì si è formata la nuova Kerber, che al primo torneo dopo un mese intero di duro allenamento avrebbe raggiunto le semifinali a Dallas da qualificata. A Cincinnati, due settimane prima dello US Open, ad Andrea fu chiesta una domanda sulla condizione del tennis tedesco, le difficoltà che stava attraversando essendo lei l’unica giocatrice di vertice (Lisicki era precipitata fuori dalle 100 a causa di un infortunio): “Non sarò l’unica ancora per molto, tra 6 mesi Kerber sarà tra le prime 30 del mondo”. Ci mise molto meno, poco più di un mese, per realizzare questa profezia.

Nata a Brema da genitori polacchi, Angelique è cresciuta ammirando soprattutto la figura del nonno, Janusz Rzeznik, persona facoltosa, che ha subito voluto costruire per la figlia un’accademia a Puszczykowo, poco distante da Poznan, in Polonia. Suo padre, Slawomir, l’ha seguita fin da bambina e nonostante lei usi la mano destra per qualsiasi attività, quando ha preso in mano la racchetta per la prima volta fu con la sinistra, e non ha mai cambiato. Il perché forse non lo sa neppure lei, si è trovata molto bene da subito e non ha voluto modificare le sue sensazioni. Chissà se sarà successo come a Rafael Nadal, che una figura esterna (lo zio Toni) ha intravisto lui le potenzialità maggiori se avesse giocato con la mano sinistra.

Janusz tra l’altro si nota spesso nei tornei vicini a casa sua. Non è mai stato presente nel giorno dei 2 trionfi Slam, ma a Stoccarda era in tribuna assieme alla nonna di Angelique, Maria, sia lo scorso anno che nel recente aprile. Lei lo ha ricordato con tanto affetto durante la conferenza stampa di Melbourne, aggiungendo anche una frase: “Non sono una persona semplice, per questo sono molto grata a chi per tutti questi anni ha dovuto sopportarmi, sia amici sia parenti”.

Angelique faceva riferimento ad un lungo periodo dove era piuttosto insofferente, un carattere difficile, alcuni atteggiamenti da modificare. Non sono cose semplici, non immediate. Serve la testa, ma servono soprattutto le parole e le persone adatte. Qui entrano in gioco 2 figure che hanno cambiato la sua vita, almeno quella da tennista: Steffi Graf e Torben Beltz. Di Steffi si conosce tutto, da quando poi Angelique ha cominciato a raccogliere vittorie e trionfi, una domanda sulla leggenda tedesca c’è sempre stata. Quando poi ha cominciato un lungo testa a testa con Serena Williams, il filo conduttore è stato uno solo: Kerber che ha come idolo Graf che è la giocatrice a cui Serena cerca di togliere vari record. A Melbourne, nella conferenza stampa pre-finale, le fu chiesto di Steffi, rispose sorridendo in merito al fatto che un suo successo non solo le avrebbe dato il primo Slam ma avrebbe impedito alla statunitense di raggiungere il numero di Slam del proprio idolo “Noi tedesche dobbiamo mostrarci unite una volta di più”.

Torben invece si è garantito il premio di coach dell’anno. Persona molto pacata, non ha avuto problemi a farsi da parte nel 2012 quando fu la stessa Kerber, in maniera frettolosa, a mandarlo via dal suo team perché diceva di aver bisogno di un nuovo profilo, più qualificato, per poter fare un nuovo salto di qualità. Ed arrivò Benjamin Ebrahimzadeh. Il tedesco iraniano era più aggressivo come modo di fare, teneva testa al carattere piuttosto focoso della sua allieva ed in diverse interviste si prendeva i meriti di un gioco più aggressivo di Angelique, ma senza i risultati. Fino al 2014 i successi furono solo 3 a fronte di 12 finali, si salvava il posto nelle prime 10, ma qualcosa non andava. Ad inizio 2015 gli ultimi contrasti prima dell’addio definitivo dopo le ultime, disastrose apparizioni. “Mi sentivo in mezzo ad una strada, senza nessuno che potesse realmente aiutarmi” diceva. Ed è qui che è avvenuto il vero scatto nella propria testa: l’unica persona in grado di aiutarla era colui che era sempre stato accanto a lei negli anni più difficili ed al momento del botto dello US Open 2011: Torben. A questo punto, poi, sono arrivate le giornate di allenamento con Graf: “Mi ha detto di credere di più in me stessa, che ero sulla buona strada e di non pensare troppo durante i punti. “Vai”, mi diceva, “Vai e basta appena senti l’occasione”. Lei sa quanto ho lavorato per arrivare in top-10 la prima volta ed ha puntato su quello, dicendomi che il duro lavoro paga, sempre. Ora capisco tutto quello che voleva dire, ora capisco tutto il sudore versato e le difficoltà che ho attraversato per ritornare più forte di prima”.

I frutti di quell’allenamento si videro subito: 4 titoli in 4 mesi, di cui per la prima volta 2 consecutivi. E di nuovo Petkovic a recitare un ruolo fondamentale. In conferenza stampa a Stoccarda, la sera di inaugurazione del torneo, annunciava il forfait per un problema alla coscia maturato in Fed Cup. Le venne fatta una domanda da un giornalista tedesco: “Chi vedi favorita per il titolo?”. In tabellone c’era Maria Sharapova, che aveva monopolizzato l’albo d’oro da 4 edizioni. Petkovic, senza dubitare un secondo: “Angelique Kerber”. Kerber in quel momento era ancora fuori dalle top-10 ed al 2° turno avrebbe dovuto fronteggiare proprio la russa. Risultato? 2-6 7-5 6-1 in una delle partite più belle della stagione. In finale, la nuova profezia di Petkovic si è avversata con una rimonta da 3-5 a 7-5 nel set decisivo contro Caroline Wozniacki. Da quel 3-9 nelle finali, con il rientro di Torben in panchina è passata a 10-14. Soprattutto, però, è riuscita in una nuova metamorfosi: uscire dal gruppo delle mine vaganti e diventare una delle favorite in tutti i tornei.

5 anni fa a New York partiva la sua carriera, ora New York la consacra tra le più grandi. Un 2016 a tratti irreale, dove Kerber ha ottenuto 3 finali Slam di cui 2 vittorie, quando fino all’anno prima aveva raggiunto solo 2 semifinali. Era dal 2007 che una giocatrice che non fosse Serena non vinceva 2 Major, mentre era dal 2006 che una giocatrice, sempre esclusa la campionessa statunitense, non riusciva a raggiungere 3 finali Slam in un anno. Non di meno, è la prima tennista dal 1997 a completare l’accoppiata Australian Open-US Open. Infine, è la più anziana a diventare n.1 per la prima volta. La più anziana prima di lei fu Goolagong, in compagnia di Jennifer Capriati, 3 anni più giovani. Farlo a 28 anni vuol dire che si è lavorato duramente per correggere tutte le imperfezioni, che madre natura non l’ha donata di una facilità di gioco tipica di tanti profili da leader di uno sport, ma che ha dovuto passare attraverso un percorso con tante difficoltà, ricco di momenti bui e scelte sbagliate. Ma farlo a 28 anni, dopo un anno così, dà ancora più soddisfazione. Congratulazioni, Angelique.