Stessa storia, stesso posto, stesso bar (i campi di Wimbledon)

Dal nostro inviato a Londra, Luigi Ansaloni TENNIS WIMBLEDON – E siamo qui, alle 17.11 ora locale, a scrivere di un qualcosa che avremmo potuto scrivere anche qualche ora fa. Perchè, alla fine, è tennis. E in questo tennis, in questi anni, tutto cambia per non cambiare in realtà niente. Potremmo quasi scrivere “Bentornati nel […]

Dal nostro inviato a Londra, Luigi Ansaloni

TENNIS WIMBLEDON – E siamo qui, alle 17.11 ora locale, a scrivere di un qualcosa che avremmo potuto scrivere anche qualche ora fa. Perchè, alla fine, è tennis. E in questo tennis, in questi anni, tutto cambia per non cambiare in realtà niente. Potremmo quasi scrivere “Bentornati nel 2013”, con Murray vincitore in una finale per tre set a 0. Dall’altra parte non c’era Djokovic ma Raonic, uno dei rappresentanti della nuova generazione, almeno questo. Uno della nuova generazione che per inciso ha anni 26 (a dicembre), mentre Murray Andy di anni ne ha 29 (compiuti a maggio). Quindi tre anni di differenza, mica 10. Muzza pero’ sembra lì, è lì, da una vita, mentre Milos si affacciava per la prima volta in un palcoscenico del genere, la finale di uno slam.  

E ci ritornerà, questo gigantesco tennista che si dimena nelle sue nazionalità e personalità metà canadese e metà montenegrina. Ci ritornerà perchè sembra ormai maturo, e non è vero che è solo uno che spara delle terrificanti prime di servizio: Milos sa giocare, è migliorato, ha fatto il salto di qualità. Ecco, probabilmente, ma questa è un’altra storia, questo salto di qualità non basta e non basterà per raggiungere i livelli di Murray e di Djokovic (Nadal e Federer per ora lasciamoli perdere per problemi fisici, anagrafici e altro). Sicuramente pero’ da adesso Raonic sarà sempre lì, stabile tra i primi 5-6 posti, pronto ad approfittare di cali (o ritiri) davanti. Il più “pronto” degli anni ’90 in campo maschile, è senza dubbio lui. A proposito di anni ’90, ancora tra gli ometti nemmeno ci siamo andati vicini, dato che i più “giovani” ad aver vinto un Major rimangono Juan Martin Del Potro e Marin Cilic, entrambi classe ’88. Insomma, come direbbe l’immortale ( ah ah ) Max Pezzali nella bellissima “Gli anni”: stessa storia, stesso posto, stesso bar. 

Sentivo esultare qualche collega qui nella sala stampa di Wimbledon (moscia, moscia come poche volte mi è capitato di vedere) per il fatto che dopo 14 anni in finale dei Championships non ci fossero nè Nadal, nè Djokovic nè Federer. Tutti la consideravano una bellissima notizia, poi vedendo la partita, probabilmente hanno cambiato idea.

Alla fine nel 2016 siamo con Murray che alza la coppa d’oro, come tre anni fa. In mezzo tante cose, ma la realtà non è cambiata. E onestamente, chi vi scrive questo cambiamento così imminente non lo vede. Arriverà, certo che arriverà, ma non così presto. Ci vorranno almeno due anni. Per il semplice motivo è che questi qui invecchieranno, e non ce la faranno più, non perchè qualcuno da dietro è pronto ad emergere. Zverev e Kyrgios batteranno Djokovic e Murray, ma ci vorrà un po’. Dimitrov e Tomic, idem, ma ci vorrà lo stesso tempo (forse di più). 

Tutti attendono e attendiamo la fine di un’era come fosse una ventata di aria fresca, ma non è detto che sarà un bene. Abbiamo avuto la fortuna di vivere un qualcosa di straordinario, che probabilmente accadrà solo tra 50 anni. L’età d’oro del tennis. Quattro dei più grandi campioni della storia di questo sport tutti concentrati, presenti a combattere tra di loro. Vi viene la nostalgia? Beh, il titolo è scelto di proposito: sentendo “Gli anni”, un po’ di nostalgia non vi viene?

Quasi quasi c’è da essere contenti che in fondo non è cambiato niente e che ancora per un po’, forse, non cambierà niente. Perchè quando c’è una mattina d’inverno e c’è scuola, e le coperte del tuo letto sono così calde e accoglienti, l’unica cosa che vorresti dire, e la dici, è: “Altri cinque minuti mamma, ancora cinque minuti…”.