A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
di Marco Nocita
Le ultime due sconfitte di Jannik Sinner, all’Australian Open contro Novak Djokovic e a Doha contro Jakub Mensik, hanno prodotto un fenomeno ormai prevedibile: la trasformazione del dibattito in diagnosi. Nel giro di un mese si è passati da “fenomeno destinato a dominare un’era” a “stato di forma preoccupante”, “calo di fame”, fino al più creativo dei titoli comparsi su certa stampa spagnola: “ha toccato il fondo”. Il fondo. Dopo due sconfitte. Una delle quali contro il giocatore più vincente della storia del tennis.
Il meccanismo è sempre lo stesso: quando il campione perde, il campione non c’è più. Si passa dall’epica al sospetto con una rapidità disarmante. La sconfitta non è più parte del gioco, ma indizio di un problema.
Eppure, la storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa.
Nel 2021, quando Novak Djokovic perse la finale dello US Open contro Daniil Medvedev, fallendo il Grande Slam, si parlò di pressione ingestibile, di occasione irripetibile, quasi di frattura emotiva. Non era la fine di nulla. Era il peso enorme di un traguardo storico che, per una sera, è diventato troppo pesante.
E nel 2024, dopo la finale olimpica persa contro Djokovic, anche Carlos Alcaraz attraversò settimane meno brillanti. Contraccolpo, flessione, calo. Parole grandi per descrivere qualcosa di molto semplice: lo sport ad altissimo livello consuma. Fisicamente e mentalmente.
Nel tennis succede. Succede anche ai migliori. Anzi, proprio ai migliori.
Qui entra in gioco una parola che usiamo spesso e pratichiamo poco: empatia. Non quella indulgente, ma quella che nasce dalla comprensione. E nel tennis, come nella vita, la comprensione passa quasi inevitabilmente dall’esperienza.
Il tennis è uno sport individuale fino all’osso. Non hai cambi, non hai compagni, non puoi nasconderti dietro una giornata storta altrui. Si gioca su superfici diverse, con equilibri sottilissimi. Basta poco per sentirsi fuori asse. Mezzo passo in ritardo, un dubbio in più, una giornata non perfettamente centrata. A quel livello, mezzo passo è tutto.
Ridurre una sconfitta alla “voglia che manca” è comodo. È una spiegazione lineare per un fenomeno complesso. Ma è anche una scorciatoia.
E qui la responsabilità non è solo dei social. È anche di chi racconta lo sport per mestiere. Il giornalismo sportivo dovrebbe avere un dovere in più: la competenza. Non solo statistica o narrativa, ma vissuta. Non sarebbe un’eresia immaginare che chi analizza con tanta sicurezza una palla break giocata male abbia almeno provato, qualche volta, a giocarne una.
Sarebbe bello che in tanti, tra appassionati e professionisti del settore, provassero a partecipare a qualche torneo di terza o quarta categoria. Senza la pressione del professionismo, ma con quella tensione autentica che solo l’agonismo sa regalare. Chissà che non basti questo per alzare il livello dell’empatia e imparare a vivere la sconfitta per ciò che è: una parte essenziale dello sport.