Non solo Alcaraz: cemento e terra raccontano un altro tennis

Il tennis odierno non è un un monologo di Carlitos Alcaraz con la partecipazione allo show di Jannik Sinner. Non solo almeno. Sebbene il fenomeno di Murcia stia riscrivendo i libri di storia, la settimana appena conclusa tra il Brasile e la Florida ci offrono indicazioni tattiche e di classifica che meritano una lente d’ingrandimento. Il tennis, quello vero, vive anche di chi lotta nel fango di Rio de Janeiro o sfida le raffiche di vento di Delray Beach, lontano dal glamour delle finali Slam.

In Sudamerica, l’ATP 500 di Rio ha confermato che la terra rossa rimane un ecosistema a sé stante. Qui non basta la potenza; serve pazienza, capacità di sofferenza e una gestione dei carichi fisici che spesso i giovani “iper-tecnologici” faticano a sostenere. Abbiamo assistito a una battaglia di logoramento dove gli specialisti del rosso hanno dimostrato che il “climbing” in classifica passa ancora per il faticoso mattone tritato. La vittoria a Rio di Etcheverry, dopo sei ore di tennis spaventoso tra semifinale e finale giocate lo stesso giorno per via della pioggia, non è solo un trofeo, è un certificato di resistenza, passione, lacrime e sangue, si sarebbe detto.

A Delray Beach, il panorama cambia perché sul cemento della Florida la musica è diversa. Il torneo ha agevolato i “bomber” americani, una scuola che ha saputo evolversi rispetto ai tempi di Roddick. Oggi i tennisti a stelle e strisce non hanno solo il servizio, ma una mobilità laterale che fino a dieci anni fa era impensabile per atleti così alti. La vittoria di Korda su Tommy Paul, dopo che in semi era arrivato anche Laender Tien, oltre al nostro Coblli, mostra come il tennis a stelle e strisce fa fatica negli slam ma è ancora vivo e vegeto.

Analizzando i dati del ranking post-torneo, emerge chiaramente come la classe media del circuito stia alzando l’asticella. I distacchi tra la decima e la trentesima posizione si sono assottigliati. Questo significa che ogni turno in un 250 o in un 500 diventa una partita a scacchi dove il margine d’errore è minimo. Chi non adegua il proprio gioco alle superfici diverse, chi non studia i Big Data per mappare i punti deboli dell’avversario, è destinato a scivolare indietro, indipendentemente dal talento puro.

In conclusione, se è vero che Alcaraz rappresenta il vertice della piramide, Rio e Delray Beach rappresentano la base solida su cui poggia il tennis moderno. Non si vive di sola gloria spagnola; si vive di programmazione, di adattamento alle condizioni climatiche e di quella fame di punti che anima chi, ogni lunedì, ricomincia la scalata da un angolo diverso del globo. Il tennis è uno sport di dettagli, e questa settimana ce ne ha regalati a migliaia, per chi ha avuto la voglia di guardarli davvero.

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