Il 2026 tra consacrazione e ultima danza del gigante

L’Australian Open che verrà non è solo l’alba tennistica del 2026 ma l’inizio ufficiale di una nuova era geologica per lo sport della racchetta. Il passaggio di consegne si è ormai compiuto e la “generazione Z” ha lasciato ai veterani, al solo Djokovic in verità, il solo compito di agire da nobile e pericoloso resistente.
Carlos Alcaraz e Jannik Sinner hanno instaurato un duopolio che per alcuni è la riedizione dei fasti dei Big Three. I paragoni con Federer e Djokovic non sembrano privi di fondamento e se è vero che manca Nadal è anche vero che lo spagnolo non era giocatore troppo diverso dal serbo, sia passata l’imprecisione.

Tuttavia, pensare che il 2026 sia una questione privata tra Carlitos e l’alto atesino potrebbe essere un errore. La speranza di chi non è accecato dal tifo è che outsider siano capaci di trasformare – qualche tabellone almeno – in un campo di battaglia, invece dei comodi corridoi percorsi dai due primi della classe. Del resto per Alexander Zverev, ad esempio, la caccia ossessiva al primo Slam deve chiudersi rapidamente, perché il tempo passa e il tedesco quest’anno compirà 29 anni, età che in altri tempi era preludio al ritiro. Daniil Medvedev il suo slam l’ha vinto ma nel 2025 è stato il lontano parente di quel muro, sgraziato quanto si vuole, sul quale lo stesso Sinner era sbattuto parecchie volte.

Sarà interessante verificare i progressi di Ben Shelton, il cui tennis “elettrico” e il servizio devastante sono diventati un incubo per chiunque, e chissà come si riprenderà dall’infortunio Holger Rune, che sarebbe bello riuscisse ad approfittare del terribile infortunio per mettere a posto il suo talento e fare pace con l’idea di una gestione tecnica più stabile.

In questo scenario la figura di Novak Djokovic continua a svettare seppur con nuove e complesse sfaccettature. Il suo recente addio alla PTPA, potrebbe aver segnato un solco psicologico importante. Non è impossibile che Nole abbia deciso, almeno momentaneamente, di “staccare la spina” dalla politica tennistica per riversare ogni briciola di energia nervosa sul campo. A 38 anni, il serbo non gioca più per i punti, ma per il mito. Come il 2025 anche il suo 2026 sarà fatto di apparizioni chirurgiche: gli slam, qualche 1000, e poco altro. Ciononostante la sua presenza nei Major potrebbe sbilanciare in un verso o nell’altro i tabelloni.

Ma quel che auguriamo a quest’anno è che possa essere ricordato anche come l’anno dei giovanissimi, quelli nati dopo il 2005, come Joao Fonseca e Jakub Mensik, che possano essere tennisti privi di timori visto come sono dotati di una potenza d’urto capace di mettere in crisi chiunque. Il 2026 potrebbe essere l’anno della definitiva consacrazione di Learner Tien. L’o statunitense non avrà la potenza dei suoi due coetanei ma ha sicuramente un’intelligenza tattica superiore alla media, qualità non certo secondaria.

Due parole sugli italiani. L’Italia si presenta ai nastri di partenza come la vera superpotenza del tennis mondiale. Se Sinner è la punta di diamante, il resto del movimento gode di una salute che non ha precedenti storici. Da queste parti non si è mai nascosta la predilezione per Lorenzo Musetti e il talento di Carrara è arrivato al bivio della carriera: la bellezza del suo gioco è fuori discussione, ma il 2026 deve essere l’anno della solidità. Musetti ha lavorato duramente sulla resistenza fisica per reggere l’urto dei match al meglio dei cinque set, cercando di trasformare il suo tennis in un’arma letale non solo sulla terra, ma anche sulle superfici veloci.

Accanto a lui, qualche spicciolo, pure di più di qualche, va scommesso su Flavio Cobolli, capace di una crescita costante, grazie ad una buona intelligenza tattica e ad una preparazione fisica non comune. Cobolli punta alla top 15, ma chissà, le cose potrebbero mettersi persino meglio. Se consideriamo Sonego e Arnaldi, non si può che ribadire come l’Italia non è certo Sinner-dipendente. Il 2026 tennistico promette di essere un romanzo epico. Come tutti gli altri anni.

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