“Brugera – Becker… a Montecarlo…” cominciava così il servizio finale di una trasmissione che solo pochi ricorderanno, “Grande Tennis 1991”, andata in onda a fine dicembre di quell’anno. Erano i tempi di Tele+2, la prima pay per view in Italia, l’Unione Sovietica crollava definitivamente proprio in quei giorni, un altro mondo, c’erano Rino Tommasi e […]
“Se questo biondino non vince Wimbledon entro 5 anni smetto di scrivere di tennis“. Parola più parola meno così parlò Salvatore Tommasi, detto Rino, più che un cronista una specie di esempio che camminava, fino a quando ha potuto. Da tempo infatti le condizioni fisiche del miglior telecronista sportivo italiano (notate bene: sportivo, non di tennis) non erano tali da permettergli di andare in giro per tornei, chissà con quanto dolore, speriamo non ne sia stato troppo consapevole. Tommasi non era solo tennis. Lasciando stare la boxe, altro territorio di caccia prediletto, anche le rare volte che fece delle incursioni nel calcio la sua voce finiva col caratterizzare la partita, come forse solo Beppe Viola sapeva fare (ma sia detto con chiarezza che le similitudini tra i due finiscono qui).
In tanti faranno adesso lo slalom tra le sue infinite espressioni, da “Veronica” a “benedizione” da “siamo in stazione” a “è un punteggio che merita attenzione”, e chi legge avrà in mente i propri; e tutti ci rendiamo conto adesso che quando pensiamo alle proprie partite preferite nei trent’anni che vanno approssimativamente dal 1980 al 2010 quelle partite avevano una sola colonna sonora: non era il suono ovattato delle palline; non gli applausi che accompagnavano un’elegante volée o tra un punto è l’altro; non i grunting di giocatori e giocatrici. Le due voci dei dioscuri del tennis (copyright Beniamino Placido, tanto per far immaginare quanto ampio sia stata il loro seguito) misteriosamente non si sovrapponevano alle immagini ma le hanno fatte sfocare nella memoria, chissà a chi si riferiva quel “mostrò le umili origini” ad accompagnare la mano da boscaiolo che cercava la demivolée.
Rino Tommasi anche fisicamente incuteva timore. Un omaccione alto più di un metro e ottanta, sempre sferzante, incapace pure di rifugiarsi in quella vaga “ipocrisia democratica” che, al netto della patologia, si usa per evitare di litigare ogni cinque minuti e che pure ogni tanto forse non avrebbe guastato, perfettamente lucido nel giudicarsi (“mi ha fermato uno che mi ha detto ‘lei per me è un mito’ gli ho detto grazie, ma per cosa?”), non riesce difficile immaginarlo paterno ma severo con i giovani colleghi e insofferente per i toni alti.
Più che essere uno statistico – scienza un po’ più complicata della sua vulgata – Tommasi ha avuto un amorevole rapporto con i numeri, forse l’unico vezzo romantico. Se sbagliava la data di nascita di un paio di giorni di Rosewall o Hoad, scattava subito il “Tommasi in cattiva giornata”, nascondendo una certa stizza in un autosarcasmo quasi cattivo. Se si perdeva un break boh, perché non è mai successo probabilmente. Aveva i suoi vezzi e i suoi tormentoni (difficile che qualcuno non sappia cosa pensasse della formula delle Finals…) e annoverava tra i suoi migliori successi personali la vittoria nella rubrica pronostici del giornale dello US Open, su cui ci informava con una noncuranza simile alle telecronache delle partite di Edberg, per il quale aveva “una passione ai limiti dell’omosessualità”, inutile specificare di chi sia la frase.
Certo, impossibile non parlare di Polluce quando si parla di Castore, ma tra le grandi imprese di Tommasi c’è stata quella di non farsi travolgere dal suo compare di telecronache, che era più uomo di mondo. Spalla se c’era da fare da spalla, primattore quando la situazione lo richiedeva. Ed era lui a decidere, a dettare i tempi. Certo, la scrittura, che lo divertiva di più del commento, era troppo asciutta ed essenziale per contrastare i lirici svolazzamenti del collega, ma proprio per questo è stato più giornalista dell’altro. Se è vero che l’altro dimenticava di dire cos’era successo preferendo spiegare il perché fosse successo, non è vero che lui si limitasse alla cronaca spicciola. Anche qui più degli esempi valga il vostro ricordo, di sconfitte e vittorie che non avreste mai capito, prima di ascoltare lui, loro. Del resto, se differenza c’è con i volenterosi epigoni contemporanei, è questa. Bravi, spesso bravissimi, forse più del maestro, a spiegare cosa; impossibilitati dalle loro discutibili letture e dalla contemporaneità a spiegare perché.
Adesso che la morte certifica quello che da tempo era evidente, e cioè che non lo ascolteremo più, ci sia di qualche consolazione la certezza che non solo il tempo l’avrebbe fatto smettere, non certo quel biondino che alla fine Wimbledon lo vinse giusto in tempo.
Arrivederci, il più tardi possibile, ovviamente, noi “ci fermiamo un momento”.