Ho visto Roger Federer, ho vissuto al tempo dei giganti

Roger Federer se n’era già andato ben prima di oggi, esattamente il 14 luglio 2019, in quella finale di Wimbledon: i match point mancati, Djokovic che gli alza un’altra volta la coppa in faccia. 

Quella è stata l’ultima, vera apparizione di Roger Federer del campione come lo abbiamo sempre conosciuto. Immenso, il più grande (forse non il più forte, ma il più grande di sicuro), trascendentale, Apollo e Dioniso in un corpo e in un braccio donati al tennis.

Il polso sovrumano, un bagaglio di colpi infinito. E quando mai vedremo giocare a tennis uno meglio di lui? Chi ha giocato meglio di lui? Talmente grande che la sua racchetta ci ha disegnati tutti. In maniera meno incendiaria forse del sinistro di Maradona, dei pugni di Alì, dei voli di Jordan e delle curve di Senna, ma in maniera ugualmente divina. Dopotutto, è svizzero.

Federer, comunque, è finito lì, e lo sapevamo tutti. Nessuno escluso. Lo sapeva anche lui. 

Certo, dopo ha giocato, ma pochissime partite e francamente nessuna proprio indimenticabile. Dio solo sa come sia riuscito, ancora, a fare una semifinale slam, in Australia nel 2020, e un quarto di finale a Wimbledon, senza ginocchia e senza schiena, al 20% si e no delle sue possibilità. Risultati fatti da seminfermo che varrebbero la carriera dell’85% degli altri tennisti. Lui li ha fatti da seminfermo, a quasi 40 anni.

Il suo ultimo set in una partita ufficiale ha finito per perderlo 6-0, contro Hurkacz, pensate un pò. Il suo ultimo avversario battuto, Sonego. Probabilmente finirà in qualche domanda di qualche quiz alla “Chi vuol essere milionario”: “Qual è stato l’ultimo….”. Chissà. Poteva esserci un addio migliore? Forse, ma chissenefrega.

E chi scrive questo, in queste ore, dovrebbe dedicare il proprio tempo a faccende più confacenti alla sua mente, tipo il gioco del silenzio. Chiusa parentesi.

L’essere umano però è egoista, e i tifosi ancora di più. “Torna, Roger, torna”. Un’ultima partita, un ultimo torneo, un saluto, un colpo di polso, fai tu: basta che torni. A 41 anni? Si. Pure a 50.  Ma non poteva tornare, non poteva. Il fisico “fresco come una rosa” è stato fedele compagno per tutta la sua carriera, ma vicino al traguardo lo ha mollato. Proprio come una macchina comprata nuova di zecca e che con te ha fatto 500.000 chilometri: il rischio che ti lasci sul più bello, c’è.

Quando sono uscite le voci sul ginocchio, sul liquido, sul fatto che zoppicava ancora, si era capito che la storia era finita, e che la leggenda sarebbe iniziata presto. Tutto ha una fine nella vita, figurarsi nello sport.

Ha salutato attraverso i social, e anche di questo chi lo conosce più o meno ne era sicuro: non avrebbe retto un discorso davanti al pubblico. Dovrà farlo, ovviamente, lo farà alla Laver Cup, ma il dente se l’è tolto, un pò di tempo per guarire lo avrà.

La Laver Cup, già. Anche questo, un segnale. Ha voluto tutti con sè, i suoi avversari di una vita. Anche amici, Nadal e Murray, magari Djokovic un pò meno, ma quanto rispetto. 

Nole ha sempre sofferto l’amore che il mondo ha sempre avuto per Federer e che non ha mai avuto (e non ha) per lui. Eppure, probabilmente, è lui il più forte di tutti, probabilmente diventerà il più vincente, lo sarebbe già diventato forse senza le ben note vicende Covid.

Ma questo non ha più importanza, ha voluto anche Djokovic vicino a lui in quello che è il suo ultimo viaggio tennistico. E poi certo, c’è Nadal, la vera nemesi. Anche per lui il nastro del traguardo è vicino, forse già lo sente. Gli altri tre dei “big 4”, sapevano di fare questa band reunion.

C’è una foto, maledetta in queste ore lacrimose, che mostra Roger, Andy, Rafa e Nole come i Beatles, nelle celebre strada della copertina di “Abbey Road” dei Beatles. Ecco, se dovessi scegliere un’immagine degli ultimi 15 anni di tennis, sceglierei quella. 

Sono passato al tu, lo so. Non si dovrebbe fare, in un articolo, anche perchè non sono Gianni Mura, Daniele Azzolini o Gianni Clerici (“un bambinone dalla mano santa”, definì Federer lo Scriba, e quando ci arrivi a pensare una cosa così…), ma tant’è. 

Il problema è che Federer è la ragione principale per il quale faccio questo mestiere, per il quale ho iniziato a scrivere di tennis, per il quale giro il mondo (quando posso) da qualche anno a questa parte. In un certo senso, ha contribuito pure lui, a disegnare ciò che sono ora, poco o tanto che sia.

La sua più grande vittoria, per me, è quella di avermi fatto conoscere tifosi che sono diventanti amici, amici che sono diventati fratelli.

Fratelli che sanno quando scrivere un messaggio di “Buon Natale”, e non certo il 25 dicembre.

L’accettazione della realtà di non vederlo più per i tornei, per me e per una maggioranza bulgara dei miei colleghi, è un lutto. E il lutto si deve elaborare, con le cinque fasi.

Ho visto Federer per la prima volta giocare quando ero un ragazzetto brufoloso, lo saluto ora che sono un adulto di nascosto, e papà. E con queste righe, di conseguenza, saluto anche la mia adolescenza, e buona parte della mia vita. Vissuta al tempo dei giganti, al tempo di Roger Federer.