Questo strano, strano, strano Wimbledon

Non è la prima volta che da un’esclusione finisce per scatenarsi una miriade di problemi. In fondo la guerra di Troia scoppiò perché la dea della discordia Eris non venne invitata a un banchetto di nozze: da allora il pomo della discordia non ha mai smesso di rotolare attraversando ogni epoca senza posa, finendo la sua corsa sull’erba verde dei campi di Wimbledon. Tutto è iniziato quando l’All England Club ha deciso di escludere da questa edizione atleti russi e bielorussi a causa della guerra in Ucraina.

L’ATP in risposta ha escluso l’assegnazione di punti validi per la classifica a tutti i tennisti partecipanti al Major. Gli organizzatori dello Slam inglese allora hanno replicato aumentando il montepremi del 15% nel tentativo di scrollare di dosso dalla più prestigiosa competizione tennistica del mondo l’etichetta di mera esibizione.

In questo clima delicato, reso ancora più complicato dalla affannosa quanto opinabile ricerca di ciò che è politicamente corretto, è stato facile dimenticarsi di un ospite scomodo, il Covid. In effetti l’attenzione della vigilia, dopo l’epica vittoria al Roland Garros, era tutta rivolta a Nadal e al suo piede addormentato. Inevitabile non concentrarsi sul maiorchino per scoprire se riuscirà nell’impresa di lasciare il segno sui campi di Wimbledon e nella storia. Impossibile poi non attendere con curiosità il rientro di Novak Djokovic dopo la buona stagione sulla terra rossa ma a digiuno sull’erba.

Il serbo ha confermato la sua posizione in merito alla vaccinazione anti Covid pertanto rinuncerà alla tournée americana e all’ultimo Slam della stagione, dal momento che le autorità statunitensi stanno mantenendo l’obbligo del ciclo vaccinale per entrare nel Paese. Nonostante Novak desideri moltissimo partecipare al torneo newyorkese a questo punto non gli rimane che puntare tutto sulla vittoria a Wimbledon. Anche perché sia Djokovic che molti altri tennisti subiranno gli effetti paradossali della mancata assegnazione dei punti a Wimbledon con conseguenze devastanti per la classifica ATP.Distratti da tutti questi temi, ci siamo scordati della pandemia. Proprio come la dea esclusa, il virus dimenticato si è intrufolato lo stesso nel torneo vendicandosi per il colpevole oltraggio.

Positivi al Covid 19 sono risultati Marin Cilic, Borna Coric e il nostro Matteo Berrettini. Il virus della discordia scorre tra i campi dove i campioni si sono allenati in questi giorni, facendo tremare anche Nadal e Djokovic che hanno tenuto sessioni di allenamento per l’appunto con Cilic e Berrettini. Il tennista romano, reduce dai due successi sui campi di Stoccarda e del Queen’s, si sta dimostrando sempre più forte sull’erba, manifestando un grande feeling con questa superficie.

Per Matteo sognare il titolo a Wimbledon non sembrava poi così utopistico. Ma se la fortuna è cieca, la  sorte avversa ci vede benissimo e ha messo nel mirino Matteo. Nonostante il regolamento non preveda l’obbligo di sottoporsi al tampone e non vieti di fatto ad atleti positivi di giocare, Matteo Berrettini ha deciso di ritirarsi alla vigilia del primo incontro in tabellone a seguito della positività al Covid, dopo aver eseguito in autonomia un test. Ha preferito autoeliminarsi da un torneo in cui le esclusioni imposte dall’alto sembrano la regola vigente. Forse poteva continuare a giocare, a coltivare l’ambizione della vittoria, invece ha scelto di non farlo per preservare la salute propria e dei colleghi. Un gesto responsabile e altruista, da sportivo coscienzioso e da uomo onesto qual è. Invece il pomo della discordia continua senza tregua ad alimentare inspiegabili critiche anche su una decisione irreprensibile. Ogni giorno siamo costretti a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante e poi dobbiamo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte comportano. Nel momento in cui Matteo ha scelto volontariamente di escludersi dalla competizione ha dato uno straordinario esempio di inclusione sportiva all’interno di un torneo che quest’anno rischia di venir ricordato più per gli strascichi polemici che per il tennis giocato.