La mia banda suona il Roc

Sorridono felici i cinque tennisti russi mentre mostrano al collo le medaglie olimpiche conquistate: l’argento di Khachanov nel singolare maschile, l’oro di Rublev e Pavljucenkova nel doppio misto e l’argento di Karatsev e Vesnina sempre nel doppio misto, insoliti protagonisti di un derby casalingo. Come nella canzone più famosa di Ivano Fossati dedicata alla musica anche lo sport può essere inteso come un mezzo di comunicazione universale capace di abbattere le frontiere e spingersi oltre.

Addirittura oltre quelle bandiere che non possono sventolare. Già perché la Russia sta ancora scontando gli effetti della squalifica inflitta per “doping di stato” nel dicembre 2019 dall’Agenzia Mondiale Antidoping e di fatto non partecipa alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Nella nostra società chi pratica lo sport a livello professionistico è acclamato come un eroe per i suoi successi ed è sicuramente accaduto che le vittorie degli sportivi, conquistate anche con performance artificiose, venissero utilizzate per esaltare la validità di sistemi politici.

Oggi l’uso di sostanze dopanti potrebbe mirare più a garantire agli atleti una permanenza ai vertici dello sport inteso nel suo aspetto commerciale e spettacolare. Qualunque sia la motivazione, se la squalifica ha rappresentato un giusto monito per coloro che inquinano i valori etici delle prestazioni agonistiche, per gli atleti non coinvolti direttamente nel doping la sanzione comminata alla Russia sarebbe stata troppo penalizzante. Ecco quindi comparire a Tokyo 2020 l’acronimo ROC (Russian Olympic Committee) per ammettere alle competizioni internazionali i singoli atleti. La Russia infatti non può figurare nel medagliere, non può issare la sua bandiera e non viene neppure intonato l’inno durante la premiazione non essendo stata ammessa ai giochi: a gareggiare sono i suoi rappresentanti, cioè il comitato olimpico.

La bandiera del ROC è una fiamma bianca, blu e rossa sopra i cerchi olimpici, mentre per celebrare ogni medaglia vinta risuona un frammento del concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Cajkovskij. Un escamotage che ha permesso a 330 atleti russi di gareggiare alle Olimpiadi. Ma non senza polemiche.

A farne le spese anche il tennis, sport su cui non si sono mai concentrati sospetti di doping. Una nota dell’ITF aveva infatti confermato l’assenza di tennisti russi nel rapporto McLaren 2016 che invece aveva segnalato ben oltre 1.000 atleti sovietici coinvolti in test antidoping truccati. Eppure dopo il match vittorioso contro il nostro Fognini, il tennista Medvedev si è sentito chiedere in conferenza stampa se come atleta russo avvertiva nei suoi confronti  un preconcetto, se percepiva cioè lo stigma di essere considerato “imbroglione” (cheater).

Anche se Medvedev è rimasto a corto di medaglie, non gli sono certo mancate le parole pungenti per replicare al giornalista spagnolo: “Per la prima volta nella mia vita mi rifiuto di rispondere a una domanda. Non era mai capitato, e credo che tu ti debba vergognare di te stesso e spero che vengano presi dei provvedimenti contro di te in modo che non ti sia permesso di seguire le Olimpiadi o il torneo di tennis, e sicuramente non ti voglio più vedere alle mie conferenze stampa”.  

Forse un difetto di comunicazione linguistica o una pessima resa nella traduzione del quesito, ad ogni buon conto alla domanda tendenziosa hanno fornito la risposta migliore i cinque tennisti russi con le medaglie conquistate e mostrate con orgoglio al collo: il modo ideale per scrollarsi di dosso insinuazioni provocatorie.

Avanzare o instillare dubbi davanti a record inattesi e sorprendenti sembra più che lecito secondo alcuni osservatori inglesi e americani, questo perché l’atletica pare abbia da sempre contato numerosi casi di doping. Lecito soprattutto se i nuovi primati li fanno atleti che rappresentano altre bandiere e se le medaglie finiscono per aggiudicarsele nazioni meno accreditate, replicano altri osservatori internazionali. Mentre l’annoso dibattito è destinato a continuare il team ROC del tennis col suo bottino di medaglie olimpiche invece ci ricorda che nonostante tutto lo sport “ce l’ha fatta anche stavolta, è passato alla frontiera nonostante la macchina bloccata, oltrepassando i muri e facendo breccia nelle porte, perché la sua anima non è morta”.