Federer, 40 anni. Come li vuoi tu

Quarant’anni. Quelli di un ex ragazzo che ha la vita ancora davanti a sé. Quelli di un tennista che la vita se l’è conquistata già da un pezzo. Esiste un punto d’incontro fra due figure all’apparenza così distanti? Forse sì, magari scomodo, difficile, per molti improponibile. Ma forse esiste… Ed è quello di continuare a inseguire se stesso. L’uomo. Il tennista.

Fin quando ci sarà spazio per credere in se stessi. Tanto o poco non importa. Anche con i dubbi di oggi, che sono tanti, alcuni nuovi e mai esplorati prima. Tornare, non tornare… Risposte che si sottraggono alla logica più spicciola, alla semplicità del “se non vince, chi glielo fa fare?”. Roger Federer è un uomo che ama le sfide. Ama quello che fa. E lo sa fare meglio di chiunque altro.

Può il tennista aiutarlo ancora? Sarà lui a dircelo. Qualunque sarà la decisione, ben venga. Sarà sua e di nessun altro, e se la giocherà come ha sempre fatto sul campo, anche lì assediato da dubbi, talvolta mortificato da match point che non si sono tradotti nelle vittorie che aspettava. Poco importa, alla fine. Federer quei momenti se li è sempre giocati alla Federer. Mai aspettando che la decisione giungesse da altri. E questo, credeteci, ha fatto la differenza.

    Ci sono state due conferenze stampa parecchio ritardate nell’estate di Roger Federer: una ad Halle, dopo la sconfitta patita contro Auger-Aliassime e l’altra all’All England Club, dopo quella subita da Hurkacz.
    Chi frequenta le scrivanie delle sale stampa tennistiche lo sa: non c’è praticamente tennista che non veda l’ora di “sbrigare” l’incombenza per fuggire da un luogo che in quel momento è solo un fastidio, una causa di brutte sensazioni e di delusione; Federer non si sottrae a questa regola e invece in queste due occasioni ha ammesso di aver voluto fare diversamente. Perché?
    Dopo Aliassime e una partita lasciata andare a metà del secondo set senza troppa voglia e convinzione, lo spiegò bene: «Ho voluto prendermi del tempo per parlare con il mio team perché in campo non mi sono piaciuto, soprattutto per l’atteggiamento, è qualcosa che succedeva quando ero juniores, essere deluso dal mio gioco e perdevo concentrazione senza lottare. Non succederà più».
    Qualcuno aveva avuto l’impressione stesse “mascherando” qualche fastidio fisico, che però lo stesso Federer ha poi escluso.

    La sconfitta contro Hurkacz non è sembrata simile per modalità ma certamente simile è stata la quantità di errori in campo, soprattutto di dritto, che Roger aveva saputo limitare e tamponare durante le partite precedenti sul Centre Court.
    Una giornata non felice ma soprattutto l’impressione di non riuscire a controllare movimenti e gioco come vorrebbe, a partire da quello che è il tasto di accensione del suo tennis, ovvero il servizio, con il quale poi può gestire il punto senza dover faticare eccessivamente, nei suoi turni di battuta su una superficie così “amica” per quel colpo.
    Ed è quello di cui Federer ha parlato ai giornalisti, dopo essersi preso il tempo necessario per razionalizzare e smaltire una delusione irrazionale, perché, razionalmente parlando, raggiungere i quarti di finale in uno Slam dopo aver giocato poco più di 15 partite in un anno e mezzo a quasi 40 anni è un risultato che avrebbe fatto esultare praticamente chiunque.
    Però lui non è chiunque, lui si chiama Roger Federer e questo, sebbene riesca a essere sempre lucido e calmo prima di ogni sua decisione, è un peso che sente e che ha sentito anche in campo sull’erba, sulla superficie che ama di più ma che gli mette anche più pressione di tutte, poiché sempre alte saranno le sue aspettative.
    Lo svizzero aveva fatto intendere di non essere sicuro di giocare le Olimpiadi perché al momento non ha senso per lui una programmazione a medio o lungo termine ma si muove ascoltando il suo corpo e vedendo i vari (ed eventuali) progressi nei tornei che gioca.

    Così, qualche giorno dopo, ha annunciato forfait, dichiarando una “battuta d’arresto” riguardo al ginocchio operato due volte proprio durante la stagione sul verde e per questo impossibilitato a partire per Tokyo.
    Ci sono però da tenere in considerazione due cose: le critiche che avrebbe subito per il forfait, non meno di quelle per la sincera rinuncia a giocare gli ottavi di finale a Parigi senza dichiarare infortunio e il fatto che, qualora Federer non avesse detto di essere infortunato la Svizzera, secondo le regole, non avrebbe potuto rimpiazzarlo. Era, insomma, la soluzione più semplice per tutti, lui compreso.
    Sì, sarebbero state le sue ultime Olimpiadi nel paese del suo sponsor, ma Federer ha detto di non volere lasciarsi condizionare da questo in quest’ultimo scampolo di carriera e poi, in tutta onestà, gli sponsor hanno praticamente “rinunciato” a queste Olimpiadi quasi senza pubblico, senza eventi, malvolute da una popolazione che fatica a tornare alla normalità a causa di un inizio ritardato della campagna vaccinale.

    Roger ha parlato nella sua ultima conferenza di problemi di stabilità dovuti al ginocchio (e chiunque abbia fatto operazioni di quel tipo ne sa qualcosa) e della difficoltà di essere quindi sempre coordinato nella posizione giusta con la corretta libertà di movimento per colpire come vorrebbe: «Dovrò trovare delle soluzioni diverse, un modo diverso di arrivare a colpire la palla e migliorare la mia stabilità, è certamente qualcosa che proverò a fare».
    È quindi probabile che sia questo sia uno dei motivi per il quale Tokyo è stata esclusa: la possibilità di avere un po’ di tempo per presentarsi tennisticamente in condizioni migliori sul cemento americano, forse a Cincinnati e poi New York. Le Olimpiadi hanno sempre significato molto per lui ma in questo momento della carriera e nelle condizioni precarie in cui si trova, senza contare le condizioni molto particolari a Tokyo con restrizioni e poco entusiasmo, un po’ d’importanza l’hanno persa.
    Qualora invece il ginocchio fosse un problema anche per i dolori che causa e gli impedisse quindi di migliorare le condizioni del proprio tennis, le cose si farebbero davvero complicate se non impossibili per proseguire e non pensare seriamente a un ritiro in breve tempo.
    Federer però vuole provarci e se lo fa non è certo per fare la comparsa e non poter competere nei tornei che contano: vuole chiudere a modo suo ed evidentemente uno spiraglio, anche piccolo, lo vede.
    L’ha sempre visto per migliorarsi e prolungare una carriera che appare infinita ma che prima o poi, certo, dovrà arrestarsi.
    Intanto lo svizzero è andato con la famiglia e il coach Ljubicic a Lussino, una delle isole croate nella quale proprio Ljubicic ha un’accademia tennistica nella quale è stato immortalato Roger ad allenarsi e scherzare con le figlie e Thierry Henry, abbinando vacanze e tennis, prima di capire quale sarà la prossima mossa, probabilmente l’ultima e decisiva della sua vita tennistica. Ha saltato Toronto. Poi Cincinnati.
    Si attende una decisione per gli US Open, da prendere in serenità ma anche con una fame (ancora) enorme per l’ultimo morso da dare prima della fine.