Gli incontri dimenticati: 1969, Laver batte Roche nel forno di Brisbane

Gli anni sessanta volgono al termine, e con loro se ne va la speranza che insieme si potesse credere, come il Candido di Voltaire, nel migliore dei mondi possibili.
I fiori che a San Francisco ornavano i lunghi capelli di migliaia di ragazzi nella Summer of Love del 1967 appassiranno in fretta, come quelli che venivano infilati nelle canne dei fucili e i colori della copertina di Sergeant Pepper’s.
La Primavera di Praga era stata soffocata cinque mesi prima dalle divisioni sovietiche quando il 16 gennaio1969, sulla scalinata di piazza Venceslao, il breve bagliore di un fiammifero trasforma il ventenne Jan Palach in una torcia fra urla disumane.
Al suo funerale una frase accompagna il corteo, è di Bertolt Brecht e recita così:
«Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi».
Il 2 luglio l’ex chitarrista dei Rolling Stones Brian Jones muore in circostanze mai chiarite nella piscina della sua tenuta di Cotchford Farm nell’East Sussex. Ufficialmente annegato per cause accidentali. Circa un mese dopo l’attrice Sharon Tate e i suoi ospiti vengono massacrati in California, a Cielo Drive, la villa dove abitava con il regista Roman Polanski, dal quale aspettava un figlio. Il mandante è  Charles Manson, il suo sguardo allucinato nelle foto che seguono la cattura sconvolge il mondo.
Ma in quel 1969 l’uomo va sulla luna e tutto sembra ancora possibile per quel mezzo milione di giovani che a Woodstock in una torrida mattina di agosto ascoltano il mancino Jimi Hendrix distorcere “The Star Spangled Banner” armato della fida  Fender Stratocaster color panna.

Mentre questo accade un altro braccio sinistro sta riscrivendo la storia del tennis.
È un arto enorme, sproporzionato rispetto al corpo cui appartiene, quasi alieno. Polso e avambraccio vennero misurati e risultarono più grossi di quelli dell’allora campione mondiale dei pesi massimi Floyd Patterson. Per il resto l’aspetto non spiccava. Basso, gambe arcuate e viso triste, Rodney George Laver detto Rod era lontano mille miglia dal fascino assassino di un Pancho Gonzales o da quello stile latin lover del nostro Nicola Pietrangeli.
Ma con la racchetta in mano e una pallina da colpire diventava bello come un dio.
Nato australiano il 9 agosto 1938 a Rockhampton, venne allevato al tennis da Charlie Hollis, il quale durante interminabili sessioni di allenamento lo educò al celebre motto enunciato da Winston Churchill agli studenti di Harrow nel 1941.
“Never give in, never give in never give in”. Mai cedere.
E fu questo duro condizionamento, più dei violentissimi rimbalzi, dell’estrema sensibilità di tocco o dell’infallibile smash  a salvarlo il 25 gennaio 1969 nel forno di Brisbane dalla furia di uno che sembrava il suo clone con svariati chili in più.
Tony Roche da Tarcutta, Nuovo Galles del Sud, con Newcombe l’ultimo dei grandi canguri che dominarono il gioco a partire dal 1950, non ha ancora compiuto ventiquattro primavere quando scende in campo per la semifinale degli Australian Championships. Due anni prima ha vinto il titolo di Parigi e al termine di quell’avventurato 1969 raggiungerà il secondo posto mondiale. Per il primo non c’è discussione, perché quello è l’anno di Red Rocket, il razzo di Rockhampton, che otto mesi dopo a New York chiuderà per la seconda volta il Grande Slam ancora contro di lui sul centrale intriso d’acqua di Forest Hills.

Tutto questo è ancora di là da venire quando a mezzogiorno di sabato 25 gennaio i due semifinalisti entrano in campo davanti ad uno sparuto pubblico di circa 2000 persone, che lor fortuna ancora non sanno. Anni di professionismo avevano rapito i migliori e notevolmente ridotto l’interesse per i Majors, ai quali restava solo il blasone, e lo Slam australiano ne aveva sofferto più di tutti. Ma quel che quei pochi videro ne fece per sempre degli eletti.
“It was an epic of skill, courage and physical endurance” scrisse l’ex campione Adrian Quist sul Sydney Morning Herald il giorno dopo.
Quando tutto inizia il campo è inondato dal sole, la temperatura supera i 40 gradi e scenderà di poco nel corso delle oltre quattro ore di battaglia, quindi gli organizzatori predispongono un congelatore pieno di ghiaccio a bordo campo, nel quale i giocatori tuffano gli asciugamani ad ogni cambio campo. Laver porta con sé tre berretti stile legione straniera per proteggersi dal sole, di quelli con la veletta a coprire il collo. A fine match saranno da buttare. Ogni tanto, nelle giornate torride, lui usava imbottirli con foglie di cavolo come isolante. “Ma quel giorno. – ricorda Rod – eravamo Tony ed io a sentirci come il cavolo bollito che accompagna la carne in scatola”. Il fratello Trevor gli ha chiesto un favore “Devo chiudere il negozio, non sarò lì prima delle due. Tirala in lungo così potrò vedere qualcosa”. Sarà accontentato.

Il servizio è un’arma letale per entrambi ma sarà la risposta a dominare il gioco e i break giungeranno numerosi. Il fatto poi che ogni rimbalzo fosse una scommessa sul molle campo appena dissodato è una prova ulteriore di maestria. In uno dei rari video d’epoca  Rod si difende con un lob altissimo, Tony attende comodo preparando lo smash, è in posizione ma la palla non si alza più di un metro e lui la  scheggia goffamente.

Cinque set all’ultimo sangue, perché il primo inizia a scorrere subito.
Sembra una partita allo specchio, si combatte sul filo della rete e fra i due è un gioco di tempismo a chi ci mette il naso sopra per primo.
Roche apre le danze al servizio ed è subito in difficoltà. Laver lo brekka tre volte senza mai riuscire a confermare il vantaggio ma la quarta è quella buona e poco dopo una “magnificent forehand volley” gli consegna un sudato, mai fu più vero, 7-5. È stato un set duro e combattuto al limite ma quel che segue sarà selvaggio.
Tony batte ancora per primo e Rod inizia una lunga rincorsa. I primi sedici giochi – ricordate, niente tie break – sono un manuale del serve and volley secondo un canovaccio costante. Prima palla ben piazzata, gran volée d’ approccio, lob difensivo, smash finale o facile chiusura. Laver brekka due volte, una nel quindicesimo gioco e l’altra nel trentasettesimo ma in entrambi i casi Roche reagisce come un cobra. Anche Tony ha le sue occasioni e fallisce ben cinque set point in quel parziale formato maratona, prima di cedere ancora col punteggio di 22-20. Il colpo sarebbe fatale a molti ma l’uomo di Tarcutta è scolpito in granito e nel terzo ricomincia a lottare come se nulla fosse accaduto. Rod è tranquillo, ha qualcosa in più nei colpi di rimbalzo, il suo lift di rovescio funziona a meraviglia e lui si stacca una prima volta con il break del 3-2 ma senza esito. Siamo daccapo, Laver si prende ancora il servizio di Roche e serve per il match sul punteggio di 8-7 ma al momento di chiudere conquista un solo quindici sul proprio turno e un passante avversario sulla riga riequilibra ancora il punteggio. Stavolta è Tony a cogliere l’attimo decisivo per l’11-9 che manda tutti alla pausa e a una doccia “che avremmo voluto non finisse mai”. Quello che rientra in campo non è Roche ma una tigre assetata di punti. Non c’è storia, martella senza sbagliare mai, Laver è un fuscello nella tempesta sbatacchiato qua e là. Come l’ottimista della barzelletta che, cadendo dal centesimo piano ripete “per ora tutto bene, per ora tutto bene…” non può fare altro che abbozzare. Ma è proprio nel corso di quel 6-1 senza appello che Rod non smette di pensare e mette le basi per la vittoria. Quando serve sotto 0-5 ha già deciso da tempo di risparmiarsi per l’atto finale ma con la lucida freddezza dei veri grandi lotta disperatamente per conquistare quel singolo gioco che gli consentirebbe di servire per primo nel quinto.
E ci riesce.

Il sole illumina ormai solo pochi metri quadrati di campo e Tony è un toro in corsa pieno di confidenza quando inizia il quinto set. Rod si aggrappa alle cose semplici, cerca di mettere dentro la prima e di non sbagliare, ripetendosi “man, you still win matches by getting the ball over the net one more time than your opponent”. Sa di aver perso ben pochi incontri al quinto, si aggrappa a quel pensiero e lentamente la fiducia torna a fluire. Quando risponde sul 4-3 in suo favore il destino di Roche si compie. E nella maniera più brutale possibile. Su un delicato 15/30 Tony gli spara una prima potente in pancia e Rocket non può far di meglio che proteggersi con un molle rovescio sbilenco che rimane in aria un’eternità. Roche ha un colpo facile ma valuta fuori, lascia e si gira immediatamente verso il giudice di linea. Quando vede i palmi paralleli al terreno strabuzza gli occhi e impazzisce di rabbia. La parte di pubblico presso la zona incriminata rumoreggia però la decisione non cambia. E il punto seguente decide la partita. Roche scende a rete, piazza una buona volée incrociata sul rovescio avversario ma Laver chiede tutto al suo magico polso e gioca un fulmine lungolinea carico di top-spin che lui intercetta ma non può controllare. Dirà poi Rod:  “One of the most beautiful sights of 1969 was that ball clunking into the net”. Tony non ha più la forza di reagire e pochi minuti dopo il mondo gli crolla addosso. Mentre i tifosi di Laver lo sollevano in trionfo lui rimane a testa china. Non si farà mai una ragione di quella chiamata.

Altri tranelli attendono il razzo rosso sulla via del suo secondo slam, quello vero dopo il primo del 1962. Il baffuto Dick Crealy e l’indiano Premjit Lall lo costringeranno al quinto sulla terra di Parigi e l’erba di Wimbledon. Un’inezia per chi è sopravvissuto a “The fight in the oven”.

 

25/01/1969
Australian Championships, Brisbane – Semifinale

[1] R. Laver b. [4] T. Roche 7-5 22-20 9-11 1-6 6-3