Capitolo diciotto: la ribellione di Federer

Che eravamo tutti davanti a un film già visto tante volte, in passato.
Un “blockbuster”, come lo chiamano gli anglosassoni, un classico lo chiameremmo noi, nella nostra più docile lingua, tradizionalista e conservatrice.

Avanti di un set, chances, pause, ritorni, rimonte: delusione, sconfitta.

Quante volte l’ha vissuto questo percorso Roger Federer con Nadal dall’altra parte della rete, quante finali, quanti Slam, quante battaglie. Una dinamica così familiare eppure così inevitabile.

Tutti pronti, forse anche Federer, alla storia che si ripete. A quelle risposte un po’ forzate in conferenza stampa: “Per me è stato importante tornare a questo livello, questo torneo mi dà comunque fiducia”.

Pare di sentirla, quella parole: “Comunque”. Consolatoria, falsa, vana. Necessaria, tuttavia, ché siamo umani e qualche bugia a fin di bene dobbiamo raccontarcela.

L’avrebbero raccontata a se stessi anche i suoi sostenitori, con quel fondo di verità che però non avrebbe cambiato nulla.

Quel momento a inizio quinto set, dopo essere stato avanti nel match, in cui ogni cosa pare vana. Lui scappa, te l’ha rubata ancora una volta, la convinzione. Come sempre, come ogni fottuta volta.

“Non me ne libererò mai, neanche adesso”, deve aver pensato Roger, dopo le chances mancate e ogni tassello di un montaggio video puntuale come il servizio mancino sul rovescio al momento decisivo.

E invece qualcosa esplode, nella testa di Federer. Qualcosa a cui un perfezionista emotivo come lui non aveva mai dato retta, qualcosa che non fa parte della sua educazione tennistica, qualcosa che va al di là di tutto quello che ha vinto in carriera. Quasi vittima di una “tigna” sconosciuta che in questo torneo si era già intravista, si ribella. Vive di nuovi impulsi. Capisce forse da quei vincenti di rovescio in cross contro un dritto angolassimo e arrotato del suo acerrimo rivale, che c’è spazio per un’autorità vendicativa. C’è spazio per la speranza, per il rischio, per i limiti che devono andare a farsi benedire.

In quello scambio da ventisei (!) colpi vinto con un dritto in contro-balzo da fondo campo, vincente, mentre Nadal non concepisce quello che accade, dopo il break ripreso, c’è tutta la nuova ribellione di un campione che ridefinisce la propria grandezza per capacità di saper vincere in modi e momenti diversi.

Una novità alla quale Nadal non era preparato, che gli fa tremare il braccio che in quindici anni non ha mai tremato contro il rivale più volubile. Rafa sbaglia, Rafa reagisce, Roger si ribella ancora. Anche all’occhio di falco, che gli consegna, pensate un po’, il match più bello, la vittoria più significativa dell’intera carriera. La vita ha un’ironia tutta sua, devastante e sorprendente.

La ribellione all’infortunio al ginocchio, gli acciacchi alla schiena, a cinque anni di digiuni e bocconi amarissimi da digerire, occasioni mancate, tentativi vani. Il ritiro.
La ribellione a mollare.

Al tempo, che solitamente dona una prospettiva più razionale e obiettiva per i campioni sportivi: con Federer non ci è mai riuscito.

Quello che Federer rappresenta per il tennis e per lo sport lo capiremo solo quando tutti gli altri, alla sua età, falliranno nell’imitarlo.