A due settimane dall’inizio degli open d’Australia, Novak Djokovic abbandona la PTPA (Professional Tennis Players Association), il sindacato dei giocatori alternativo all’ATP che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2020 insieme a Vasek Pospisil. L’associazione era nata con l’obiettivo ambizioso di dare finalmente voce ai giocatori, troppo spesso schiacciati dal potere decisionale dell’ATP e […]
di STEFANO SEMERARO –
E se d’improvviso nel tennis “piccolo” fosse tornato bello? Parliamo, ovviamente, del torneo femminile. Sulla dogana fra prima e seconda settimana sono cadute due stanghe come Serenona e Maria Sharapova, e a sgambettare Maria è stata quella belva tascabile di Dominica Cibulkova (1 metro e 61 centimetri di altezza).
Un posto nei quarti, anzi uno in semifinale visto che giocano contro, se lo sono conquistate anche Flavia Pennetta, due gemelle diverse (sono nate il 25 e il 26 dicembe del 1982) che possiedono una mente raffinatamente geometrica ma non certo un fisico da corazziere, e insieme a loro sta facendo strada in questi Australian Open senza vere padrone anche Simona Halep (1 metro e 68) che di extra-size aveva (un tempo) il seno ma che sul campo sembra una agilissima judoka, più abile ad sfruttare la forza altrui che la propria. La Radwanska, poi, non ha bisogno di presentazioni: da puntuale maestrina, con i suoi tagliuzzi e le sue cellulette grigie ha rispedito al mittente i muscoloni latini ma ancora acerbi della Muguruza. Certo, restano l’Azarenka, vincitrice sulla Stephens, la Ivanovic che non è certo bassa, e la Bouchard che non è una gigantessa (1.78) ma neppure una taglia small. Il sospetto che si affaccia è che in un tennis che richiede sforzi prolungati e qualche chiave nuova per scardinare il gioco delle tritatutto da fondocampo, un po’ di leggerezza e di fosforo (e di esperienza, magari) non faccia male. Del resto è anche la lezione arrivata lo scorso anno da Wimbledon, con Bum bum Lisicki dominata dal tennis originalissimo della Bartoli, e prima ancora dalle epopee di Schiavone, Errani e Vinci. Il downsizing non sarebbe certo un male, in tempi di crisi nella leadership, una inversione di tendenza: più neuroni, meno muscoloni. Sarà solo un’illusione, un miraggio australiano, ma il futuro è bello immaginarselo così.
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