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Australian Open: Murray, la grandezza della dignità

Correva l’anno 2014, il 6 aprile per la cronaca, e trovarsi al Tennis Club Napoli, tra tanta gente festante per la vittoria dell’Italia sulla Gran Bretagna in Coppa Davis, l’ormai vecchia Davis, fu qualcosa di meraviglioso.

Perchè alla fine, se bisogna dirla proprio tutta, è proprio in questi momenti, a torto o a ragione, che ti senti italiano dalla testa ai piedi e non solo, fiero di quel tricolore e di quell’inno mai così amati. Al piccolo, ma non più di tanto vista la mole, cronista di provincia, non sfuggì soprattutto una cosa, peraltro condivisa con l’amico Vittorio Selmi, stimato dirigente Atp. Dopo la vittoria dell’Italia, con lo spogliatoio azzurro in delirio, Andy Murray si affacciò con timidezza e grande signorilità per complimentarsi con Corrado Barazzutti e i suoi ragazzi, dimostrando di essere quel campione che, forse, un attimo prima aveva soltanto circoscritto al rettangolo di gioco.

Al piccolo, ma non troppo, cronista di provincia, oggi, nel vedere Murray lottare con il dolore per cinque set contro Bautista Agut, è tornato in mente quell’episodio, che nessuno ha forse mai scritto, ma che racconta di un campione esemplare, dentro e soprattutto fuori dal campo. Di un uomo che soffre, ma che lotta, perchè la dignità, l’orgoglio, non hanno prezzo, tantomeno un qualsiasi e plurimillionario prize money. Ecco, quella giornata di aprile del 2014, è un qualcosa che ci siamo portati dietro, quasi a custodirla gelosamente nei nostri ricordi, ma oggi quel cassetto lo abbiamo voluto riaprire, perchè era giusto farlo, per far capire alla gente, semmai ce ne fosse stato bisogno, chi è Andy Murray. Un uomo che, dopo una sconfitta cocente in Coppa Davis, non trova di meglio di fare che complimentarsi con gli avversari. Chapeau sir…

Gianluca Atlante

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Gianluca Atlante

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