Quello che Roger non ci dirà mai…

Vero, caro Roger, hai trentasette anni, e questa sera, a modo tuo, in conferenza stampa lo hai ammesso. Perché quando dichiari di aver patito il caldo e aver desiderato che la partita finisse, stai ammettendo a te stesso e agli altri, che l’età può toccare anche te. Vero. Come è vero che probabilmente, come scritto dalla collega Capobianco, da febbraio la tua testa fa fatica a trovare quella voglia, quella cattiveria, quella gana direbbero gli spagnoli, che è necessaria per vincere, necessaria anche a te, che muovi la racchetta con la stessa facilità con cui noi prendiamo il caffè e che con tutti i record che hai per le mani è difficile trovare ancora.

Sempre vero che Millman ha giocato quella che si definisce “la partita della vita”, pur ammettendo che la tua non fosse una gran giornata.

Infine, è vero che lo US Open per te ormai è quasi una maledizione e che le condizioni della partita, il tetto chiuso, hanno modificato i valori in campo facilitando il tuo avversario. È tutto maledettamente vero, ma c’è un ma, un quid che forse tu non hai mai visto, che ti ha accompagnato lungo tutta la tua carriera e che forse, anche ieri notte, è stato il primo vero responsabile della tua sconfitta, dando origine, a cascata, a tutto quanto detto sopra.

Quel quid è, molto semplicemente, che ad un certo punto della partita, sei piaciuto troppo anche a te stesso, vedendo tutto facile, e hai ceduto a quella grande tentazione che è l’eccesso di bellezza, facendo la fine di Dorian Gray. Tu hai sempre amato non solo vincere, ma vincere bene, con classe, come è giusto che faccia uno dotato del tuo talento, ma qualche volta questa ricerca del bello ti è costata cara.

Il più grande esempio di ciò ti capitò proprio a New York, giusto nove anni fa, in quella maledetta finale con del Potro che per un set e mezzo avevi dominato. Probabilmente ti è capitato già a Wimbledon quest’anno, ti capitò nelle prime partite con Nadal, e da lì nacque il tuo incubo, e forse addirittura ti accadde anche in quella splendida semifinale dell’Australian Open 2005 contro Safin. Perché anche se Marat quella notte fu praticamente perfetto, giocando un tennis incredibile, fosti tu a decidere di giocare il match point del quarto set con serve&volley sulla seconda e per di più sul rovescio del russo. Comprensibile, per chi è un po’ Narciso e ad un avversario davvero forte vuol mostrare di essere più bravo e bello, ma ti costò caro, come tutte le altre volte che l’eccesso di narcisismo ha avuto il sopravvento sulla concretezza del tuo tennis. Sono rare le partite che hai perso senza mai dare la sensazione di poter vincere, meno rare quelle in cui, al contrario, si pensava avessi già vinto e poi la matassa l’hai complicata tu, cercando un colpo ad effetto o la giocata spettacolare in un momento clou, per poi ritrovarti con una matassa di cui non sei più riuscito a trovare il bandolo.

Che sia successo anche ieri notte? Perché a guardare la partita ne hai avute tante di occasioni e forse quel game sul cinque a quattro e servizio del secondo si poteva essere meno leziosi e più cattivi, e quella voleè di diritto spingerla e non solo accarezzarla. Chissà… Chissà se tu lo sai e come ogni vero Narciso non lo ammetterai mai oppure se ne sei inconsapevole, perché essendo uomo qualche difetto in questo sport lo hai anche tu. Non si sa, ed è certo che tu non ce lo dirai mai.