Le verità di John McEnroe

Stefano Semeraro ha intervistato John McEnroe tra Parigi e Wimbledon. La percezione di Nadal, l'ammirazione per Federer e una verità che avevamo intuito: "la testa di Nick Kyrgios è come la mia".

John, dica la verità: al tennis di oggi manca un McEnroe?
Non spetta a me dirlo. La personalità è importante, se in campo vanno due di cui non ci interessa niente, non è un granché. A me piace Nick Kyrgios, tranne quando non si impegna. Ha il fisico e il talento, ma non può permettersi di non essere in forma. Quando lo vedo mollare di testa, mi chiedo: cambierà? Spero di sì, è giovane e ha gente che lo aiuta. Ma non so se ci scommetterei.

Dicono che il tennis sia diventato molto più noioso di una volta: concorda?
Molto ha a che fare con la tecnologia. Noi abbiamo iniziato a giocare con le racchette di legno, da allora i materiali hanno continuato a evolversi. Il bello è vedere la costruzione di un punto, la strategia, ma oggi i giocatori possono chiudere lo scambio con un solo colpo. Il tennis è diventato più atletico. Ai miei tempi i grandi atleti non erano tanti, e non riuscivano a dare sempre il massimo delle loro possibilità. Oggi tutti lo sono, tutti sanno come recuperare meglio dopo uno sforzo, e questo ha innalzato il livello del gioco. Ai miei tempi chi era più bravo a costruire un punto aveva spesso la meglio su chi era atleticamente più forte, oggi è il contrario. Ma se guardiamo ai primi cinque, specie i primi tre – Federer, Nadal e Djokovic – troviamo un’ottima combinazione fra grandi qualità atletiche e raffinate menti tennistiche.

Velocizzare le superfici è una soluzione?
Può aiutare chi gioca un tennis d’attacco, lo si è visto in Australia quest’anno dove ha fatto bene uno come Misha Zverev, che ha 29 anni ma non era mai riuscito a ottenere certi risultati. Uno dei motivi per cui a Melbourne ha vinto Federer è che lui è più abile di altri ad adattarsi e giocare un tennis più aggressivo. Credo che incoraggiare un gioco più completo sarebbe bene per lo sport. È una cosa che andrebbe sicuramente perseguita.

Se Federer o Nadal dovessero tornare n.1 sarebbe una buona o una cattiva notizia?
Sono due fra i più grandi: non può essere cattiva. Stanno di nuovo vincendo più di tutti, e questo mi sorprende. Credo il loro esempio possa spingere gli altri a scavarsi dentro per migliorarsi ancora.

Thiem, Zverev, Kyrgios sono i giovani più forti: chi si prenderà per primo uno Slam?
Tutti e tre ne hanno la possibilità. Se devo scegliere dico Zverev. Anche se Kyrgios è favorito rispetto agli altri due a Wimbledon, e Thiem è il più solido e può fare bene ovunque, specie sulla terra.

Della Next Gen le piace qualcun altro?
Chung, il coreano. Sta facendo davvero grandi progressi.

Con il trionfo di Nadal per la decima volta a Parigi bisogna rivedere l’opinione che vede in Federer il migliore di sempre?
Nadal era già un grandissimo. Qualche anno fa, prima che subisse tanti infortuni, anche i suoi numeri rischiavano di essere migliori di quelli di Roger, a partire dal record in Coppa Davis e alle Olimpiadi per arrivare al bilancio degli scontri diretti. Poi quando Nadal è un po’ sceso Roger è tornato lì a bussare alla porta. Se consideriamo il numero di semifinali Slam non c’è dubbio che Roger sia il più continuo. Non credo che vincere 9 o 10 volte Parigi faccia grande differenza. Diverso sarebbe vincere altre due volte Wimbledon, o un altro Us Open, oppure aver vinto la finale di quest’anno in Australia. Vittorie del genere cambierebbero la percezione che la gente ha di Nadal.

Al Roland Garros sono arrivati in fondo i soliti noti: perché?
È un torneo che sa tirarti fuori il peggio. Separa chi è disposto a dare tutto, a non mollare, da chi si accontenta. Per me era un torneo durissimo. Soprattutto per una questione mentale.

Lei avrebbe mai saltato il Roland Garros per preparare l’erba come ha fatto Federer?
«Vorrei aver avuto lo stesso problema! Credo che neanche lui si aspettasse di vincere tanto e consumare tante energie dopo il rientro, vincendo in Australia, a Indian Wells e Miami. Non so quanto lo avrebbe motivato giocare uno dei tornei prima di Parigi, a Roma o a Madrid, e il Roland Garros per lui è sicuramente lo Slam più difficile da vincere. Ha preferito prepararsi per Wimbledon e credo che la cosa possa funzionare.

Murray resterà n.1?
Con la concorrenza che c’è è dura anche essere il numero cinque, lui ha fatto una gran cosa ad arrivare al vertice. Serve l’X Factor. Andy può resistere, ma sarà dura.

Federer può rubargli il trono?
Ha una chance. Ma non so se giocherà abbastanza tornei per arrampicarsi fin lassù.

In che cosa Agassi può aiutare Djokovic in crisi?
Djokovic sta attraversando un momento non facile, ma è anche umano averne. Il suo fisico è integro e secondo me può reggere ancora per diversi anni. Lo scopo per cui si è rivolto ad Agassi è trovare le motivazioni giuste per riuscirci. Mi auguro che continui anche la loro collaborazione: è positiva per il tennis.

Gli ex campioni sono i migliori coach?
Possono essere molto bravi, ma può esser un grande coach anche chi non è stato un campione. Becker sicuramente ha dato qualcosa a Djokovic, e non riesco a immaginare Cilic che vince gli Us Open senza Ivanisevic. Chang è importante per convincere Nishikori che anche lui può vincere uno Slam. Ovviamente devi avere i soldi per poterti permettere quel genere di tecnico, ma aiuta molto il fatto che ci sia la possibilità di lavorare insieme part-time. Dipende ovviamente da quello che serve al giocatore. Un periodo che va dalle 6 alle 15 settimane è la situazione ideale, un po’ come succede fra me e Milos Raonic.

Lei a parte la collaborazione con Raonic non ha allenato molto: di chi farebbe il coach?
L’ideale sarebbe Kyrgios: abbiamo due teste simili. A Raonic ho detto di sì perché aveva bisogno di me part-time. A casa c’erano da tirare su un po’ di bambini, da 7 anni ho la mia Academy a New York e poi mi piace ancora giocare nel Senior Tour. Troppe cose.

Fra le donne chi vede potenziale n.1 a fine anno?
La Pliskova. Non è atletica come dovrebbe, ma è potente e sta diventando resistente. Potrà fare bene quando si stabilizzerà un po’.

Dimitrov sembrava destinato a grandi traguardi, invece non decolla. Come mai?
Mi sembra più interessato alle apparenze che ai risultati, e questo non funziona nello sport. Ha i colpi, ma è già soddisfatto quando lo chiamano baby Federer invece di cercare di essere se stesso e crearsi una sua carriera. Eppure era uno di quelli che mi aspettavo di vedere in alto, credevo potesse vincere uno o due Slam.

Lei nel 1984 perse appena tre partite, e solo una veramente importante, una stagione quasi perfetta. Qualcuno può ripeterla oggi?
Be’, Federer ci è andato vicino l’anno che giocò la finale del Masters e la perse con Nalbandian, il 2005. Se avesse vinto avrebbe pareggiato il mio record, con una vittoria in più. Oggi c’è grande competizione, le sorprese sono più facili, quindi è dura. Ma con certi campioni non puoi escluderlo.

Tornando indietro, che cosa non rifarebbe?
Io sono un tipo ottimista, tendo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma forse mi impegnerei di più.