Zugarelli: io come Cinderella Man

Abbiamo intervistato Tonino Zugarelli, che quarant'anni fa visse al Foro Italico una favola che poteva cambiargli la vita.

Si dice che il tennis sia lo specchio della vita in un continuo susseguirsi di alti e bassi dinanzi alle carte degli imprevisti e probabilità che la quotidianità mette sul tavolo. Treni su cui salire, altri dai quali è meglio scendere, ognuno atteso dal destino che il convulso gioco delle sliding doors riserva. Quarant’anni fa Tonino Zugarelli, il tennista che voleva fare il calciatore e il vignaiolo, fu al Foro Italico di Roma protagonista di una favola che non si materializzò per una palla fermatasi a passeggio sul nastro prima di ricadere beffarda dalla parte sbagliata.

Il tennis era la sua vita, ma non il suo amore. Sognava di fare il calciatore Tonino, vestendo la maglia giallorossa della sua amata Roma. La vita lo portò invece sui campi da tennis, che divenne il luogo dove guadagnarsi il pane. Il 1976 fu il suo anno migliore: suo fu infatti il contributo decisivo al successo dell’Italia nella finale europea disputata sull’erba di Wimbledon contro l’Inghilterra che spianò la strada alla semifinale con l’Australia. Nello stesso anno vinse anche il suo unico titolo ATP battendo Corrado Barazzutti sulla terra svedese di Bastad.
“Grazie a quella vittoria su Roger Taylor posso dire di aver messo anche la mia firma sulla conquista della Coppa Davis, e non di essere sceso in campo da riserva solo per giocare qualche match a punteggio ormai acquisito” rivendica oggi con una vena d’orgoglio.

Zugarelli adesso è un uomo schietto e sereno che ha accettato di ripercorrere per noi le tappe di quell’incredibile torneo di quarant’anni fa.
Quel 1977 non era iniziato certo bene: fuori al primo turno sia a Nizza che ad Amburgo, ritirato a Firenze.
“Era un momento delicato. Non facendo risultati, non guadagnavo. A casa c’era una famiglia con due figli da mantenere. Mi sarebbe molto di più piaciuto giocare a calcio, ma il tennis mi dava da vivere. Lo soffrivo. Mi rivedo nel pugile protagonista del film Cinderella Man, interpretato da Russel Crowe. Volevo smettere e starmene in campagna a lavorare la terra, ma quando lo dissi a Belardinelli quasi mi prese a ceffoni. Fu così che mi presentai a Roma”.
Al torneo capitolino il primo turno con Roberto Lombardi fu un calvario.
“Giocai da cani. Mi stava prendendo pallate. Avevo già un piede nel baratro, quando l’arbitro chiamò fuori una palla dandomi il punto. Lombardi s’innervosì e protestò con veemenza; si beccò prima un penalty point e poi un game point. Perse la testa e uscì dal match. Così alla fine io vinsi una partita che avrei dovuto perdere”.

Al secondo turno superò agevolmente in due set l’israeliano Krulevitz. Al terzo si trovò di fronte Zeljko Franulovic, che aveva appena eliminato Guillermo Vilas.
“La partita con Lombardi mi aveva sbloccato. Mi sentivo più leggero, libero da pensieri e tormenti. Sentivo di aver ritrovato fiducia e con essa il mio gioco”.
Tonino vinse in tre set e staccò il biglietto per i quarti dove con due tie-break si sbarazzò di Victor Pecci. Rimasto l’ultimo italiano in tabellone, le attenzioni del pubblico si concentrarono su di lui. L’ottavo re di Roma, Adriano, aveva ceduto lo scettro piegandosi a Vitas Gerulaitis, uno che con la dolce vita romana ci andava a braccetto: se di giorno il meglio di sé lo dava sul campo da tennis, di notte faceva il fuoriclasse sulla pista del Jackie’ O e nella stanza d’albergo in dolce compagnia.
Quando Tonino battè in quattro set l’australiano Phil Dent e volò in finale, la sua popolarità salì alle stelle. Proprio lui, l’antidivo che amava le luci spente e i silenzi della campagna, si ritrovò addosso l’ingombrante ruolo di salvatore della patria e il clamore che ne conseguiva.
“Fu tutto molto bello. Sentivo il calore della gente e l’affetto dell’Italia che mi spingeva. Quello, insieme alla Davis, rimane il mio ricordo più bello”.
Arrivò così domenica 22 maggio, il giorno della finale. La corrida con Dent ebbe però il suo prezzo. Zugarelli aveva rimediato uno stiramento alla spalla e durante l’allenamento mattutino per il dolore non riusciva nemmeno a servire; per poter scendere in campo il dottor Santilli gli praticò due infiltrazioni di novocaina.
Il primo set scorse via senza storia, 6-2 Gerulaitis. Nel secondo, Tonino si liberò delle paure e giocò finalmente il suo tennis fatto di tocchi vellutati e discese a rete. Perse al tie-break, ma ora era in partita e nel terzo salì in cattedra chiudendo 6-3. Faceva un caldo cane; dopo il riposo i due si ritrovarono in campo per il quarto set: il baffuto romano si portò avanti 6-5 con tre palle per aggiudicarselo e mettere i conti in parità. Il biondo americano di origini lituane gliele annullò con una volée, un passante, e un errore di Tonino tradito da un cattivo rimbalzo. Tutto rimandato quindi al tie-break.
“La fortuna questa volta mi voltò le spalle. Tre colpi di Vitas spolverarono le righe. Poi venne la palla che avrebbe potuto cambiare le sorti di quella finale e della mia carriera: una mia volée rimase dieci minuti sul nastro indecisa se stare di qua o di là. Cadde dalla mia parte e fu la fine. Fu tutto molto bello ma mi rimase molto rammarico. Stavo bene, la spalla non mi dava fastidio, e giocavo in fiducia. Fossi andato al quinto, probabilmente avrei vinto. Del resto me lo confessò lo stesso Gerulaitis a fine match quando mi disse che era sfinito e che non ne aveva più”.

Sono passati quarant’anni: dal 1976 al 1978 il tennis italiano visse a Roma un triennio fantastico; dal trionfo di Panatta su Vilas, alle due finali perse da Zugarelli con Gerulaitis e Adriano con Borg. Ci siamo fermati lì, come Cristo a Eboli. Da allora nessun azzurro è arrivato a tanto.
“Se a livello organizzativo ed economico le cose in Federazione vanno a gonfie vele, lo stesso mi pare onestamente non si possa dire dal punto di vista tecnico” taglia corto senza peli sulla lingua Tonino.

Oggi lo trovi ancora vestito di bianco su un campo da tennis ad impartire lezioni di dritti, rovesci e volée. Il baffo è ingrigito, ma è sempre quello ben curato dei giorni belli. Gli chiediamo se in occasione del quarantesimo anniversario di quella finale, abbia ricevuto uno speciale invito al Foro Italico.
“Finora nessuno mi ha chiamato. Lo scorso anno feci un’attesa di un’ora e mezza davanti ai cancelli. Mah…magari faranno una premiazione…Sarei più contento mi offrissero un lavoro da tecnico però…”.

Schivo e schietto Zuga, Cinderella Man con la racchetta.