Musetti, l’arte della sofferenza

L’Italia vince così, con la sofferenza di chi sa soffrire, e il sorriso di chi sa sorridere alla vita. Non lo avevamo dimenticato, ma sorprende, e intenerisce sentirsi rappresentati da un ragazzo tanto giovane, che a colpi di racchetta compone un affresco nel quale ci siamo tutti, per una volta colti dal lato migliore, quello che ci trascina al traguardo con la serenità del vincitore che ha sofferto, ma è arrivato fino in fondo. Anzi, fino ad Amburgo, là dove il tennis su terra rossa c’è da sempre, da prima del secolo scorso. Un torneo “500” per riscrivere il proprio curriculum e poter dire, un giorno, «la mia carriera è cominciata da lì, contro un avversario che in finale non aveva perso mai, nemmeno un set».

Dite, c’è vittoria senza sofferenza?

Non la cercate, non la trovereste. Non da noi. Non sarebbe italiana… Non ci sarebbero lacrime. Né la commozione di coach Tartarini che non vedeva l’ora di piangere per un successo così. E nemmeno una nonna da ringraziare a otto cento chilometri di distanza, davanti a un pubblico che ascolta e per fortuna capisce. E applaude. Perché l’idea che un ragazzo alla prima vittoria importante di una carriera destinata a prendere il volo, abbia una nonna da salutare e onorare, e senta il bisogno di farlo lì, ora, subito, è bella quanto questo stesso trionfo, che sembra scavato tra tocchi e martellate da uno di quei blocchi di marmo che a casa Musetti hanno portato lavoro e fatica, pane e companatico.

Lorenzo, Lollo, Lore, Muse, ha cominciato così la sua avventura. In uno scantinato della casa della nonna, dove c’è un muro che si presta bene a fungere da avversario. Babbo Francesco gli dà i primi consigli, viene dal lavoro nelle cave di marmo, e sa che per estrarre il blocco giusto, quello nel quale un artista eccelso riesce a scorgere le linee di una scultura, ci vuole pazienza, determinazione, forza, anche coraggio, e occorre conoscere bene i gesti che servono, provarli e riprovarli un’infinità di volte. Di questo gli parla, mentre Lore infuria sul muro della cantina, e la nonna gli prepara lo zabaione con due uova, “ché mica vogliamo che questo bimbo ci diventi trasparente, nevvero?”.

Quanto tempo è passato? Neanche tanto. Oppure, chissà, tantissimo, se è vero che gli anni tennistici sono come quelli dei cani, e si contano “per sette”. Ma che importa? Nel destino di Lollo c’era un match “chiarificatore” con Carlitos Alcaraz, di un anno più giovane ma già idolatrato, già nella Top Ten del tennis, già considerato il futuro numero uno del mondo, quando i troppo vecchi e forti si saranno decisi a farsi da parte. E in quello del ragazzo di El Palmar, pochi chilometri da Murcia, c’era il confronto con questo italiano quasi della sua età, Lorenzo Musetti da Carrara, che vinceva gli Australian Open da junior quando ancora il giovane spagnolo non poteva permetterselo. Carlitos l’aveva battuto in un Challenger di qualche tempo fa, ma conta poco… Dovevano ritrovarsi, perché uno spacca la palla e vince, ma l’altro – lo dice anche coach Ferrero – «vince meno di te, ma stai attento, perché gioca d’un bene che se non lo prendi per il verso giusto, ti fa diventare pazzo». Già, stai davvero attento, Carlitos, perché nell’anno in cui hai preso il volo, gli italiani ti hanno sempre battuto. Berrettini agli Australian Open. Sinner a Wimbledon.

Eccola allora la partita che nessuno si sarebbe aspettato. Il giovane che spacca tutto ha un fisico talmente solido che sembra il doppio di Musetti, sebbene l’italiano sia più alto. Ma la partenza è tricolore, altro che scatafasci a colpi di dritti e rovesci. È Musetti che guida la danza. Varia la potenza dei colpi (lo sa fare bene), sposta ai lati il baricentro del gioco, ma non esita ad alzare qualche pallettone, tipico da terra rossa, perché su quelli Alcaraz non si ritrova tanto bene. Sì, certo, mugghia come un toro, salta per portarsi sopra la palla, ma il risultato è lo stesso di una porta che vuoi sbattere per far sentire a tutti che sei nervoso e quella, maledizione, non va oltre un tiepido “pif”. E allora Lollo insiste, va avanti, fa subito il break, e Alcaraz gli rifila un parziale da nove punti consecutivi, 1-1. Quel che conta è che Musetti c’è, fa le cose giuste. Ne approfitta sul 3-3 per il secondo break, avviato da un doppio fallo seguito da una steccata sanguinosa di Carlitos, e sul 5-3 respinge il tentativo di rientro dello spagnolo affidandosi alle smorzate. Il pezzo migliore del suo repertorio, fin lì tenuto in panchina.

Anche il secondo set parte con un break, e Musetti sembra davvero in cattedra a dar lezione. Lui gioca, l’altro – con grande veemenza – rincorre. Ma basta un lieve calo e Alcaraz è già lì che morde. Sul 4-3, sotto 0-40, Lollo si ritrova mostrando maturità e conoscenza dei colpi. Mette da parte i tocchi, punta gli angoli con il laser. C’è una discussione per una smorzata recuperata da Musetti al secondo rimbalzo. L’arbitro non se ne avvede, Alcaraz infuria, Muse non interviene perché su quella palla si è quasi tuffato e non saprebbe dire… Ma il match non si decide lì. Poco dopo Lore prova a sfruttare due match point, sbaglia il primo, poi Carlitos trova il passante sul secondo. Tutto da rifare, e si va al tie break. Prima sotto 1-3, poi padrone del gioco, 6-3, Musetti pesca altri tre match point. Non bastano. Alcaraz implode su ogni colpo e pesca cinque punti consecutivi. Si va al terzo.

È il momento più difficile per Musetti. Ma non cede, tiene il punteggio in bilico. Gli sfugge un break nel sesto gioco. La decisione è rimandata al decimo game. Lollo guadagna un invitante 30 pari, e subito dopo il sesto match point. Alcaraz allunga la gittata. Stavolta è fatta davvero. Un italiano torna a vincere Amburgo dopo Pietrangeli (1960), Bertolucci (1977) e Fognini (2013).

Da oggi Musetti sarà a Umago con le insegne del numero 31 della classifica. Ha fatto un balzo di 31 posizioni, ha vinto il primo torneo, è numero 19 nella Race e c’è ancora una bella fetta di stagione da giocare. Può entrare nei primi venti. Da oggi, il nostro tennis ha un campione in più.