Sinner-ari, il rosso che ha dentro il motore della… Rossa

Un rosso dalle grandi accelerazioni… Sinnerari, il nomignolo ci sta. E sta al gioco dei soprannomi che proprio da Miami si è fatto strada, quando Brad Gilbert – “Vincere giocando sporco” il suo libro, e il suo motto – ha voluto ribattezzare Musetti, “Museratti”, perché molte delle sue giocate, ha spiegato, portano con sé il gusto tutto italiano per le cose belle, insieme con la velocità di una signora della strada.

Ma oggi, e ancor più domani, in finale, è il turno di Jannik Sinner, il diciannovenne anziano dei due pargoli del nostro tennis, il rosso delle accelerazioni che ricordano la rossa, partito dalla Val Pusteria e giunto all’Accademia Piatti sul mare di Bordighera evidentemente passando da Maranello.

È toccato a lui ribaltare partita e pronostico contro lo spagnolo “che non sarà mai Nadal” Roberto Bautista Agut, numero sette del torneo e 11 del ranking, per salire agli onori del match decisivo in un Masters 1000.

Era entrato a vele spiegate tra i sei italiani semifinalisti nella categoria più alta dei tornei ATP, dall’anno della sua fondazione (1990). Lui con Gaudenzi (Montecarlo), Seppi (Amburgo), Fognini (tre volte, una a Miami e due a Montecarlo), Berrettini (Shanghai) e Volandri (Roma).

Ma quel passo in più che serve per raggiungere la finale, Sinner lo condivide ora con il solo Fognini, che due anni fa si fece largo fra Nadal e Zverev per poi vincere il Masters del Principato. N

on solo, la messe di statistiche riviste e corrette giunta con il risultato strappato a Bautista nel terzo set, grazie a un sorpasso talmente rapido e circostanziato da rendere lo spagnolo incapace di intendere, è a dir poco impressionante.

Jannik è da ieri il numero 21 del mondo, ma anche il numero 6 della Race, la classifica da cui pescare gli otto per le ATP Finals di Torino. È il tennista italiano più giovane a raggiungere una finale Masters, il primo italiano a farcela sul cemento, il più giovane a riuscirvi dal 2005 di Nadal, e il quarto teen ager dopo Hewitt, Nadal e Djokovic. Guarda un po’, tre tennisti poi diventati numeri uno.

Tutto grazie a un uso appropriato del turbo che Jannik possiede per vie naturali, e che gli ha permesso di prendere in mano il match quando lo spagnolo, avanti 3-1 nel terzo, sembrava in grado di chiuderlo.

Lì Sinner ha saputo dare al suo tennis quell’accelerazione che Bautista era riuscito a contenere, ha forzato i tempi, ha scelto la via breve, a rischio di andare a sbattere sulla grande muraglia costruita dallo spagnolo. Sinnerari? Certo che sì. Grande macchina. Grande pilota. Il garage del nostro tennis ormai fa invidia a tutti.

Del resto, una lecita definizione di campione sostiene che i molto forti lo siano nella misura in cui riescono a risolvere con semplicità i problemi che giungono dalla concorrenza.

Non brillantissima, forse, come demarcazione, ma efficace. Eppure mancante di una parte importante, utile a completare il quadro. L’arte dell’essere campioni, in effetti, va oltre il comodo disbrigo delle operazioni promosse dagli avversari, anzi, essa assume la massima consistenza artistica proprio nel rendere quel compito talmente ostile per gli stessi concorrenti da scombiccherare la gran parte dei loro piani. Due volte Bautista ha giocato contro Sinner (l’altra a Dubai) e due volte ci ha perduto. Il suo piano prevedeva di colpire lungo e non offrire al nostro quei centimetri utili a caricare i colpi. Vi è riuscito a lungo, certo per tutto il primo set, ma non abbastanza.

Eppure, non è stato facile per Jannik. Le sue repliche non sono apparse scorrevoli come nei giorni passati. Lo spagnolo è giocatore di corsa, di sostanza e di esperienza. E non ha paura delle maratone. Ma conosce un solo schema, e non ha un colpo che possa cambiare il destino di una partita. Sinner ce l’ha, ed è stata intelligente la scelta di Bautista di fare in modo che il nostro non riuscisse a utilizzarla.

Intelligente, ma non decisiva. Perché Jannik è stato calmo, ha provato più di una volta a cambiare le carte in tavola, e ha sfondato il muro quanto il tempo sembrava scaduto. Sul 5-4 del secondo, con un break ottenuto di forza. E nel terzo con la rincorsa vincente che ha cambiato il match. «Felice è dir poco», dice. «È una finale importante, ci tenevo. Ma è stato un match difficile, contro un tennista che mi ha costretto a ribaltare più volte il match».