La nuova era Fedal

Nell'anno in cui si dividono il successo nel circuito giocano la loro prima storica partita in doppio: una rivalità che non finirà mai ma che trova oggi una serenità prima impossibile.

Hai passato i tuoi anni da ventenne o adolescente a schierarti perché era l’unica cosa da fare, in quel caso.
“Solo uno” (cit.), perché sono così diversi, così pregni di significati differenti che simpatizzare per l’uno o per l’altro a seconda di umori o forma in campo avrebbe avuto davvero poco senso.

La rivalità che ha diviso il mondo del tennis dai primi anni duemila fino ad oggi ieri ha vissuto una giornata storica.
E quando li hai visti ridere o darsi il ‘cinque’ dopo il punto, esultare per un primo set vinto in una competizione che si colloca a metà tra qualcosa che conta e un’esibizione, ma glielo vedi fare sinceramente, ti sono tornati in mente quei momenti in cui l’uno o l’altro l’hai maledetto (sportivamente parlando, ça va sans dire) per un ace in un tie-break con successivo ‘Come on’ o un ‘Vamos’ urlato troppo forte dopo un passante uncinato.

Nell’anno in cui Roger Federer e Rafa Nadal tornano prepotentemente a spartirsi il circuito vincendo due Slam a testa (e alternandosi, peraltro), a giocarsi la prima posizione mondiale, quasi tutti i MS1000 e la gloria imperitura, diventa anche l’anno in cui giocano la prima partita di doppio insieme. Un esperimento a cui gli addetti ai lavori e in precedenza anche lo stesso Nadal avevano guardato a lungo ma non c’era mai stato modo di concretizzarlo.

Roger però non ne era mai stato troppo convinto: non voleva davvero farlo in un’esibizione-pagliacciata e farlo sul serio, in un torneo con punti e montepremi non gli sembrava coerente. In più, anche se i rapporti tra i due sono sempre stati all’insegna del rispetto e della cordialità, ci sono stati anni più bui di questo: gli anni in cui le divergenze dal punto di vista ‘politico’ all’interno dell’ATP avevano inasprito ancora di più una rivalità che già aveva dalla propria parte tanti motivi di scontro; le caratteristiche di gioco, i modi di essere, il tipo di educazione tennistica.

Oggi che il clima è disteso e che tutto quello che si ottiene in campo è solo qualcosa in più, oggi che entrambi non hanno più nulla da dimostrare al tennis e che, sebbene stiano salvando una stagione altrimenti disastrosa per il tennis maschile tra infortuni e giovani che esplodono solo a tratti, non hanno più troppe responsabilità, oggi si può rivaleggiare anche con un abbraccio circoscritto in un campo scuro in una città bellissima come Praga nel nome di Rod Laver e di una storia che dura da quindici anni.

Oggi la storia non teme confronti, c’è la consapevolezza della grandezza di quanto conquistato e del fatto che nessuno dei due l’avrebbe conquistato senza la voglia di superare l’altro.

Torneranno a scontrarsi molto presto con una fame che fa invidia a tanti ventenni che ancora scalciano prepotenti, presuntuosi, senza amare il tennis come fanno loro; torneranno a farlo senza però la paura che perdere o vincere voglia dire tutto, perché tutto, in qualche modo, si è compiuto. Anche ieri sera.