Il doping, la Errani, le antinomie della ragione

Il caso della tennista azzurra, le sue dichiarazioni e, soprattutto, il giudizio dell'ITF sono l'ennesima situazione di paradosso per la ragione.

Sara Errani
Sara Errani

Il caldo di questo agosto, purtroppo non l’unico motivo per cui la penisola è in fiamme, è stato freddato ieri dalla notizia della positività al doping di Sara Errani. Si, proprio lei, una delle nostre “Fab Four”, le quattro che tanta gloria hanno portato al tennis italico negli ultimi dieci anni.
Inutile dire che la notizia sia stata come un fulmine a ciel sereno, quando l’accusa di doping tocca campioni che sono vicini al nostro cuore certamente fa più male, il dispiacere è ancora maggiore.
Bisogna però essere sinceri con se stessi sempre e qualunque sia l’atleta “pescato con le mani nella marmellata” il doping va condannato, non ci sono altre soluzioni, ricordandosi anche che mettere la testa sotto la sabbia e essere convinti che lo sport sia tutto “pulito” è ormai una tesi incapace di convincere anche il più innocente fanciullo. Gli atleti sono tutti portati alla linea di confine per raggiungere il massimo delle prestazioni, il ciclismo fornisce molteplici esempi, e probabilmente coloro che infrangono tale limite lo fanno per un errore di valutazione, personale o dello staff medico, perché la medicina è biologia e non aritmetica e quindi può accadere che un corpo abbia una reazione imprevista a determinate quantità sostanze. Per comprendersi, non si sta dicendo che tutti gli sportivi siano dopati, ma è risaputo come abbiano staff medici che calibrano tutto quanto secondo la linea più tangente ai limiti. Certamente esistono casi in cui la volontà personale dello sportivo a barare c’è, ma questo non riguarda la maggioranza di essi.
Tutto questo per dire che, in fondo, un’atleta positivo al doping non è più notizia bomba, capita, è capitato, con tanti celebri casi (cfr. Maria Sharapova) e ancora capiterà.

Quanto risulta davvero irritante sono le motivazioni che i vari atleti scoperti adducono per l’assunzione della sostanza e ancor più il valore che a queste riescono a dare gli organi addetti al giudizio del caso.
La nostra Sara sarebbe risultata positiva per un farmaco finito nell’impasto dei tortellini fatti dalla madre. Letta un paio di volte la versione, per essere sicuri che davvero fosse stato dichiarato tutto ciò, e appurato che l’ITF avrebbe creduto a tale spiegazione dei fatti, comminando quindi solo due mesi di squalifica (e la restituzione di punti e premi nel periodo intercorso tra il prelievo risultato positivo e quello pulito), è tornato in mente Immanuel Kant. Perché? Perché fu il filosofo di Koenigsberg a coniare quella fantastica parola, antinomia, per definire, anche in questo modo, i limiti della scienza umana. Antinomia, letteralmente, significa contro la legge della ragione e a tutti gli effetti le antinomie kantiane sono ragionamenti composti da due proposizioni contraddittorie che potrebbero essere entrambe vere e in cui la ragione non ha strumenti e dati fisici sufficienti per dimostrare quale delle due sia falsa.
Ora, immaginare la mamma della Errani che fa, da buona massaia, l’impasto per i tortellini con intorno le pillole dei suoi medicinali, sì dal punto di vista delle leggi fisiche sarebbe anche possibile, ma la sua contraddizione, ossia che tutto questo non sia accaduto, anche, e, a intuito, la seconda possibilità sembrerebbe più verosimile. Questo caso, come il bacio alla cocaina di Richard Gasquet, la pomata del calciatore Marco Borriello, e tanti altri, hanno davvero delle spiegazioni ad antinomia, dove credere all’affermazione dell’atleta è realmente sfidare la ragione e il buon senso.
Lascia basiti, pertanto, apprendere che le federazioni internazionali riescano a dar credito a questo tipo di dichiarazioni. Non che si voglia sostituire l’autorità e fare il processo mediatico, ma un dubbio sulla qualità di tali giudizi si apre, è innegabile.

In fondo, però, che sport e dio denaro siano legati indissolubilmente non è un’antinomia e il circo deve continuare, mettendo sotto il tappeto al più presto ogni polvere che tolga lustro all’immagine, quindi, citando sempre Kant, ben venga lo “spazzare la scienza per far posto alla fede” nelle sentenze. Peccato.

Noi abbiamo tutta l’intenzione di credere alla Errani, alla casualità con cui ha ingerito questa sostanza, perché sappiamo che lei è una ragazza che non ha bisogno di ricorrere a certi farmaci e conosciamo da sempre la pulizia che l’ha guidata verso i traguardi conquistati… Dunque, eccovi l’ultima antinomia, se vi va di permettercela. Noi crediamo alla Errani, ma la versione dei fatti ci appare irrimediabilmente incredibile.