Roland Garros – S.Williams vs Muguruza: il meglio che Parigi potesse offrire

TENNIS – PARIGI – Di DANIELE AZZOLINI.Giocheranno la finale ognuna per conto suo. Tireranno a più non posso, come sempre, del tutto indifferenti a una qualsiasi trama possa garantire il match. Come facciano, se lo chiedono spesso anche le altre, le avversarie. «Dev’essere una specie a parte», fu la conclusione cui giunse Flavia Pennetta. Serena, […]

TENNIS – PARIGI – Di DANIELE AZZOLINI.Giocheranno la finale ognuna per conto suo. Tireranno a più non posso, come sempre, del tutto indifferenti a una qualsiasi trama possa garantire il match.

Come facciano, se lo chiedono spesso anche le altre, le avversarie. «Dev’essere una specie a parte», fu la conclusione cui giunse Flavia Pennetta. Serena, Garbine, altre come loro, nel suo piccolo persino la Giorgi, giocano a prescindere da chi hanno di fronte, senza chiedersi che cosa stiano facendo le oppositrici, o pensando, o architettando. Non importa. Serena Williams è la capostipite del Gruppo delle Noncuranti. La Muguruza una delle epigone. Ma è la finale migliore che questo torneo potesse offrire.

«Non so quando giocherò ancora una finale dello Slam, né se la giocherò ancora. Ma non smetterò di cercarla, in ogni torneo». La Storia, quando la sfiori, quando l’accarezzi solo per un attimo, ti entra dentro e non ti lascia più. Garbine Muguruza lo capì fra i lucciconi di una finale persa, l’anno scorso a Wimbledon. Sempre con Serena. Se ne sentì respinta, forse non era ancora pronta, e finì per ripiegare, quasi una forza misteriosa, respingente, l’avesse fatta rimbalzare all’indietro. Era l’invitata a corte, in quella occasione, ma qui a Parigi il quadro d’assieme è diverso, altre considerazioni hanno fatto irruzione nello scenario di un tennis al femminile prossimo al cambiamento.

Serena viene da due sconfitte nei tornei dello Slam, entrambe dolorose oltre che strettamente collegate fra loro. L’addio al Grande Slam cui la costrinse Roberta Vinci a New York segnò il contrappasso di una lunga stagione in cui sembrava esistere lei soltanto, prima in tutto, spavalda in modo quasi caustico per le altre. Ma quella sconfitta aprì una ferita che non ha ancora smesso di sanguinare, resa ancora più dolorosa dalla finale di Melbourne, per via dei colpi inferti dalla tedesca Kerber. È un fatto, negli ultimi nove mesi Serena ha vinto solo Roma. Garbine anche meno (Pechino), ma è riuscita a mantenersi nel gruppo delle pretendenti. Lei, la Halep, la Kvitova, la Kerber, forse la Radwanska, certo la Azarenka. La fortuna di Serena è che nessuna delle inseguitrici abbia preso il comando delle operazioni. A turno, qualcosa vincono e molto perdono, rivelano intenzioni bellicose, poi deflettono, qualche volta spariscono senza un perché, come la Kvitova, la stessa Kerber.

In classifica il dominio di Serena è certificato, ma non più inattaccabile. Oggi Garbine proverà ad avvicinarla, memore di una vittoria di due anni fa (62 62) proprio su queste terre rosse ora gonfie di umido. «Se gioca sempre così, non ce n’è per nessuna», disse allora Serena, legandosela al dito, e impegnandosi poi a stropicciarla ben bene le due volte successive (Australian Open e Wimbledon 2015). «Ho imparato a gestire le mie emozioni», dice Garbine, «non sono più la ragazzina di un anno fa». «Mi ha già battuto», le risponde Serena, «e io odio perdere».

Sarà una finale abbondante, di muscoli e di centimetri. Abbondante di smanie, di atteggiamenti guerreschi. Ognuna per conto loro, Serena e Garbine se le daranno di santa ragione, così come hanno fatto ieri, nella prova ufficiale della loro sfida, cancellando due delle più belle storie di questo tennis. Storie di resurrezioni, belle a prescindere. Quella di Kiki Bertens, più forte di un tumore alla tiroide, e quella di Sammy Stosur, vittoriosa sul terribile Morbo di Lyme. Donne coraggiose, ma non basta esserlo per frenare due indemoniate come Williams e Muguruza. Loro fanno parte di un altro girone, inferno o paradiso a voi la scelta.